L'empatia nei videogiochi: una connessione speciale - editoriale
"Io ti vedo" direbbero i protagonisti di Avatar, pluripremiato film del 2009 che ha saputo emozionare milioni di persone. Un'affermazione del genere è un modo unico per dire, in un certo senso, che le nostre menti possono essere connesse. Ebbene, il panorama videoludico ci ha spesso mostrato titoli pregni di empatia, sebbene ultimamente gli sviluppatori abbiano calcato la mano. Alcuni credono che la sensibilità dei giocatori possa essere scossa dal torpore comatoso in cui si culla. Può anche essere un modo per aprire gli occhi a un animo testardo, così come cercare di coinvolgere chi provi una profonda apatia per i videogiochi.
Ve ne abbiamo parlato qualche mese fa, e forse i due piatti della bilancia si controbilanciano quasi perfettamente. Eppure, proprio come con una bilancia, alcuni aspetti vanno dosati per evitare sgradevoli esagerazioni. Innanzitutto, il tipo di sensazione che si vuole trasmettere deve essere spontaneo e genuino. È bene specificare, però, che per quanto una trama ben scritta possa sconvolgere momentaneamente, è errato pensare che possa stravolgere il modo di vivere delle persone. Un giocatore può emozionarsi, ma può anche non tradurre questa reazione con un effettivo cambiamento nelle sue azioni. Certo, potrebbe accadere, ma si tratta di casi fin troppo rari e isolati.
