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L'amore criminale – Recensione

L'amore criminale (Unforgettable) ti pare d'averlo già visto almeno una volta: era un noiosissimo sabato pomeriggio e tua madre stava guardando un film su Rete 4, sonnecchiando. E se a tua madre era chiaro sin dall'inizio quale ruolo attribuire al film, cercare di capire quale possa essere stata la logica dietro la scelta della regista è una cosa che proprio non ti fa dormire la notte. Non possiamo certo dire che Denise Di Novi sia una regista navigata senza più voglie, dato che L'amore criminale è proprio il suo film di debutto. Ma non è certo una totale sprovveduta: ha prodotto numerosi film (fra cui Edward Mani di Forbici. Batman Returns, Videodrome, Crazy, Stupid, Love, The Nightmare before Christmas). Ma ora il punto è che neanche il Di Novi-mistero riesce a destarmi dalla dimensione dell'insensato vuoto in cui mi sono ritrovata a conclusione della proiezione.
L'amore criminale ha già un titolo discutibile. La prima scena si apre sul viso di Rosario Dawson, colmo di sangue rappreso: è Julia che, evidentemente scampata a un'aggressione, rimane pressoché passiva alle domande del poliziotto scuro e serio circa le ragioni che la spinsero a riavvicinarsi a tale Michael Vargas dopo aver richiesto, in passato, un ordine restrittivo. Lei, timidamente, nega di aver ripreso i rapporti. Il poliziotto le mostra un paio di mutande rosse. Lei sommessamente ne ammette la proprietà. Il poliziotto le fa vedere le foto sexy che lei avrebbe mandato a lui. Lei (sguardo imbecille) dice: “Non capisco”. Buio. Poi la storia narra che cosa sia avvenuto sei mesi prima: niente. Perciò preoccupata di non distinguere il niente dallo spoiler narrerò dei personaggi.



Niente.



Julia è una scrittrice, redattrice talentuosa che può, e vuole, permettersi di abbandonare tutto per scrivere “in pigiama e con i mutandoni della nonna” (dice la sua collega e migliore amica, Ali) dalla sua nuova casa, in una nuova città: la casa del nuovo fidanzato David nella cittadella in cui ha sempre vissuto. Julia ha un passato oscuro da donna debole, ma adesso anche lei (non bianca e non elegante) è riuscita a guadagnarsi un David. Adesso è forte. Dev'esserlo. Per David.
David (Geoff Stults) non sa nulla della vita passata di Julia, non sa nulla della vita passata di Tessa, non sa nulla della vita attuale di sua figlia Lily. È bello, original white american, registrato Mattel col nome di Ken. Tutto ciò che di lui si può dire è scritto nella sua cittadella sudcaliforniana, nella sua comunità, quella in cui il sogno di aprire un birrificio diventa realizzazione collettiva di un valore universale.



La dolce ex-moglie.



Tessa (Katherine Heigl), ex moglie di David e madre di Lily, è bianca, elegante, puntuale e attenta, ma – sarà pure che le donne non riescono a tenere il ritmo dell'autoimprenditorialità americana – è psicopatica. Certo, non del tipo “devo essere perfetta, quindi spazzolo i lunghi e biondi capelli di mia figlia”, ma esattamente così. Un'altra volta è Ali a pronunciare le parole precise: “Chiunque ha una ex strana, ma questa psycho-Barbie è qualcos'altro”. Per la precisione, qualcosa che chiunque riconoscerebbe al primo colpo, figuriamoci dopo averci avuto una figlia. State pensando che Tessa deve avere una madre snob anni '50 che la rimprovera ancora per la lucentezza dell'argenteria? È interpretata da Cheryl Ladd, una delle più bianche, sempiterne attrici di Hollywood. La piccola Lily, invece, è la vittima del sistema, agnello sacrificale di adulti dissennati.



Due parole vorrei spendere per Ali e Michael Vargas, migliore amica ed ex fidanzato di Julia. Sono loro i più credibili, i personaggi e le prove attoriali. Segno indiscutibile della povertà della sceneggiatura e causa del fallimento delle pur buone capacità interpretative della Dawson.



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28 aprile 2017 alle 16:11

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