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Il problema sono davvero i game as a service? No, sono i giochi brutti - editoriale

I game as a service sono oggi un bersaglio facile, ma non per le giuste ragioni. Sono un comodo appiglio per criticare sviluppatori o produttori che scelgono di puntare sull'online e sulla costante espansione del mondo di gioco.



Difficile capire esattamente cosa animi i videogiocatori contro tale modello. Sicuramente è la contrarietà alle "facili" fonti di ricavi, che generano sempre sentimenti di astio nel pubblico e il timore che i "game as a service" possano significare la morte dei videogiochi a giocatore singolo. Ipotesi, quest'ultima, che in realtà non sembra minimamente star prendendo forma. La realtà è più sfaccettata.



Nell'ultimo trimestre fiscale Electronic Arts ha registrato 504 milioni di dollari di ricavi dai "live services" (abbonamenti, microtransazioni, etc), e 2,46 miliardi negli ultimo dodici mesi. Nel settore digitale è l'unico ambito che sta crescendo: i download digitali, proseguendo nel contesto di EA, hanno portato meno introiti; lo stesso è valso per il mobile. Con dati di questo tipo, è facile scagliarsi contro i game as a service come l'ennesimo tentativo dei produttori di avere facili guadagni.



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4 agosto 2019 alle 10:40

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