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After Life (stagione 2) - recensione

Ricky Gervais è un personaggio che ha fatto della sgradevolezza esibita il suo marchio di fabbrica. Con quella faccia un po' così, con quel sorriso odiosetto, abbiamo imparato a conoscerlo con The Office dove il suo personaggio, il viscido capoufficio Brent, toccava vette di imbarazzante autolesionismo, tali da generare quasi pena nei suoi confronti (che poi era esattamente quello che si voleva conseguire), perché Gervais ha sempre amato mettere i suoi personaggi in situazioni tali da generare disagio nello spettatore.



Mai ben sfruttato al cinema, i meno peggio sono due film da lui diretti, The Invention of Lyingh e Cemetery Junction, ha dato il suo meglio nelle serie TV. Dopo il successo di The Office ricordiamo Extras, sull'ambiente delle comparse, in cui su base autobiografica raccontava di un aspirante attore di imbarazzante inettitudine che riusciva a sfondare come sceneggiatore.



Poi Life's Too Short, che aveva come protagonista Warwick Davis, il nano di Willow, un mockumentary di crudele ma mai gratuita scorrettezza. Era seguito il successo di Galavant, di esilarante stupidità, in cui Gervais compariva solo come interprete. E i suoi show, dove soprattutto oggi, in tempi del "ditino" facile, dell'indignazione cronica, mostra un coraggio quasi suicida (consigliamo Humanity che è disponibile proprio su Netflix).



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15 aprile 2020 alle 10:40