Ebola Village – Recensione
Ebola Village prova a inserirsi nel filone dei survival horror in prima persona ispirati ai grandi classici del genere, ma lo fa con un'impostazione e una struttura piuttosto essenziali. Sviluppato dal team Indie_games_studio composto dal singolo sviluppatore Viktor Trokhin che aveva già prodotto la serie Ebola con i capitoli uno due, e tre, in questo titolo imposta un'ambientazione in un villaggio rurale isolato, costruisce la propria esperienza su un'esplorazione lenta, ambienti decadenti e una narrazione frammentata, che richiede al giocatore di ricostruire gli eventi senza particolari concessioni. L'obiettivo è evocare tensione e senso di vulnerabilità, ma l'approccio adottato evidenzia fin dalle prime fasi un progetto dai mezzi contenuti, più interessato a richiamare suggestioni note che a rielaborarle in modo davvero incisivo.
Un ritorno che sa di déjà-vu
Il gioco si ambienta negli anni '90 nell'ex Unione Sovietica (URSS). La protagonista è Marina, una donna che nei primi minuti di gioco viene introdotta attraverso una serie di elementi narrativi piuttosto diretti: un matrimonio fallito alle spalle e una quotidianità apparentemente normale, interrotta dalle notizie trasmesse in televisione. È proprio durante uno di questi momenti che emerge il fulcro della vicenda: la diffusione di un virus chiamato Ebola, scoppiato in città a causa delle attività poco chiare di un'industria farmaceutica. Un rimando fin troppo evidente all'universo di Resident Evil e alla sua iconografia, che il gioco non fa molto per nascondere.
Preoccupata per la sorte della madre, Marina decide di mettersi in viaggio per raggiungere il villaggio in cui vive, con l'intento di portarla via e fuggire dalla città prima che la situazione peggiori ulteriormente. Tuttavia, una volta arrivata a destinazione, diventa subito chiaro che l'emergenza ha già superato ogni punto di non ritorno. Il villaggio si presenta in uno stato di profondo degrado, con edifici fatiscenti, un'atmosfera opprimente e una presenza costante di infetti, che trasformano l'esplorazione in un percorso segnato più dalla cautela che dalla scoperta.

Un impianto classico con troppe incertezze
Sul piano ludico, Ebola Village propone un gameplay che, pur senza particolari guizzi, riesce complessivamente a funzionare. Le meccaniche di base sono solide quanto basta per sostenere l'esperienza, ma emergono alcune criticità, soprattutto nel gunplay. Il sistema di mira non risulta particolarmente preciso: durante la mira “libera” il puntatore è presente e svolge correttamente il suo compito, mentre nella fase di mira zoommata questo scompare, rendendo gli scontri meno leggibili e spesso più frustranti del necessario. A complicare ulteriormente le cose contribuisce il comportamento degli infetti, che talvolta assumono posizioni imprevedibili o poco coerenti con le hitbox, causando colpi mancati, e, quando sono troppo vicini o in massa, rendono la morte quasi inevitabile, vista la costante mole di danni subiti senza possibilità di scappare.
Il gioco fa largo uso di enigmi ambientali e richiede una buona dose di backtracking, accentuato da un inventario volutamente limitato. Una scelta di design che richiama in modo evidente i primi Resident Evil, più che gli episodi moderni della serie, e che punta a rallentare il ritmo e a incentivare una gestione più attenta delle risorse. In questo contesto, la progressione resta piuttosto lineare, ma scandita da continui spostamenti tra le stesse aree che possono annoiare alla lunga.
La varietà dell'arsenale è ridotta al minimo: le armi disponibili sono soltanto due, pistola e fucile. Una limitazione che, considerando la durata contenuta dell'avventura — completabile tranquillamente in circa tre ore — non pesa eccessivamente sull'esperienza complessiva. Più deludente, invece, è la scarsa varietà dei nemici e l'assenza di vere e proprie boss fight. Alcuni avversari appaiono più resistenti rispetto agli infetti standard, ma vengono comunque eliminati con pochi colpi, senza mai offrire scontri realmente memorabili. Particolarmente discutibile è l'uso di alcune cutscene che sembrano anticipare l'introduzione di boss o creature più imponenti, salvo poi ridimensionare queste aspettative. Tali sequenze si risolvono infatti in semplici ondate di nemici, senza che le figure mostrate vengano mai affrontate direttamente, lasciando una sensazione di occasione mancata e di spettacolarizzazione fine a sé stessa.

Tecnica e atmosfera: più ombre che luci
Il comparto tecnico di Ebola Village mostra in modo piuttosto evidente i limiti di una produzione indie sviluppata da una sola persona, pur riuscendo in alcuni frangenti a difendersi con dignità. Sul piano grafico, il titolo offre un colpo d'occhio complessivamente discreto: gli ambienti risultano sufficientemente leggibili e l'atmosfera decadente del villaggio viene trasmessa in maniera efficace, soprattutto considerando le risorse a disposizione del team di sviluppo. Non si tratta di una resa visiva particolarmente raffinata, ma è in linea con le ambizioni del progetto.
Meno convincenti, invece, i modelli degli infetti, che appaiono piuttosto semplici e soprattutto ripetitivi. La scarsa varietà visiva si riflette direttamente anche sul piano ludico, contribuendo a rendere gli scontri meno incisivi sul lungo periodo. Nel complesso, tuttavia, il comparto grafico resta accettabile se contestualizzato all'interno di una produzione a basso budget.
L'audio rappresenta uno degli aspetti più deboli dell'esperienza. Pur svolgendo il proprio compito nelle fasi più tranquille, tende a perdere efficacia nei momenti concitati, come durante i combattimenti o quando Marina viene colpita. Gli effetti sonori risultano talvolta eccessivamente enfatizzati, con un'impostazione quasi splatter che mal si sposa con il tono generale del gioco. Anche la colonna sonora si limita al minimo indispensabile, senza mai emergere o contribuire in modo significativo alla costruzione della tensione. Curiosa, e discutibile, anche la scelta del font utilizzato per i titoli e l'interfaccia, che richiama in maniera fin troppo evidente la già citata serie di Resident Evil, arrivando a sfiorare i limiti del plagio e rafforzando ulteriormente la sensazione di un'identità visiva poco personale.
Una pecca che può risultare un po sfrustrante è sicuramente invece quella degli eccessivi caricamenti durante l'esplorazione, entrare in una casa o anche entrare in altre stanze all'interno della casa, significherà spesso avere uno schermo nero per qualche secondo per caricare la stanza, questo alla lunga visto la natura esplorativa del titolo intercede con la godibilità dello stesso allentando la tensione.
Nota positiva invece la presenza di più lingue tra cui l'italiano, un italiano non perfetto ma perfettamente compresibile a chiunque giochi.

Non ci ammalermo per il Platino
Per quanto riguarda il trofeo di Platino, Ebola Village non presenta particolari ostacoli e si colloca tra le esperienze più accessibili per i completisti. Il gioco può essere platinato anche in una singola run, se affrontato con un minimo di pianificazione, anche se due run restano l'opzione consigliata per rendere il percorso ancora più agevole. La lista trofei richiede di completare il gioco ottenendo il rank A, di portare a termine una run entro le tre ore di gioco, di recuperare tutte le quindici bambole collezionabili sparse per l'avventura e di completare il titolo alla difficoltà difficile. Si tratta di obiettivi che non introducono sfide particolarmente punitive e che si integrano bene con la struttura compatta dell'esperienza. Nel complesso, il Platino può essere conquistato in un arco di tempo compreso tra le tre e le cinque ore, con una difficoltà generale piuttosto bassa, rendendolo adatto anche a chi cerca un completamento rapido senza dover affrontare meccaniche particolarmente restrittive o frustranti.
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