Addio a Hideki Sato: Scompare il Visionario che ha Plasmato il Destino di SEGA
Il mondo dell'industria videoludica si tinge oggi di un profondo velo di tristezza. Diverse fonti provenienti dal Giappone confermano una notizia che segna la fine definitiva di un'era: Hideki Sato, l'architetto dietro le macchine che hanno definito l'infanzia e l'adolescenza di intere generazioni, si è spento all'età di 77 anni.
Non si tratta solo della perdita di un dirigente, ma del tramonto di una figura mitologica, il principale progettista delle console Sega sin dai loro albori. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile in quella cultura tecnologica che, tra gli anni '80 e '90, ha sfidato le convenzioni per portare l'eccellenza dei sistemi arcade direttamente nei salotti di tutto il mondo.
La dipartita di Sato non arriva isolata, ma si inserisce in un periodo di grave lutto per la compagnia di Tokyo. Segue infatti a brevissimo giro quella di un altro pilastro fondamentale, David Rosen, co-fondatore di SEGA, scomparso lo scorso dicembre all'età di 95 anni.
Questo doppio colpo sottolinea l'inesorabile scorrere del tempo in un'industria che spesso percepiamo come perennemente giovane, ma che sta ora vedendo svanire i suoi padri fondatori. Se Rosen è stato l'uomo d'affari che ha dato vita alla struttura societaria, Sato è stato il motore creativo e tecnico che ha trasformato quella visione in circuiti, plastica e innovazione.
L'avventura di Hideki Sato in Sega ebbe inizio nel lontano 1971. In quegli anni, la compagnia era focalizzata prevalentemente sui dispositivi di intrattenimento meccanico e sui primi passi nel settore arcade. Sato fu la forza trainante che intuì la necessità di una transizione epocale: portare il marchio SEGA all'interno delle case dei consumatori.
Fu lui a guidare lo sviluppo delle prime piattaforme domestiche:
- SG-1000: Il timido ma fondamentale esordio nel mercato console.
- Master System: La macchina che permise a SEGA di stabilire una presenza globale e di iniziare a sfidare il dominio di Nintendo.
Nel 1989, grazie alla sua straordinaria competenza tecnica e visione strategica, Sato venne promosso a Direttore del Dipartimento di Ricerca e Sviluppo (R&D). Fu l'inizio di un decennio di aggressività commerciale e innovazione tecnologica senza precedenti.
Il nome di Hideki Sato rimarrà per sempre indissolubilmente legato al Mega Drive (noto come Genesis negli Stati Uniti). In una storica intervista rilasciata a Famitsu, Sato ricordò con precisione il momento in cui la compagnia decise di alzare l'asticella:
“All'epoca, i giochi arcade utilizzavano CPU a 16 bit. Lo sviluppo dei giochi arcade era un settore in cui avevamo investito molto, quindi utilizzavamo sempre la tecnologia più all'avanguardia. Naturalmente, questo ci portò a pensare: e se utilizzassimo quella tecnologia in una console domestica?”
La scommessa fu vinta. Sfruttando il calo dei prezzi del leggendario chip Motorola 68000, Sato e il suo team riuscirono a condensare la potenza di una sala giochi in una scatola nera dal design elegante. Il Mega Drive non fu solo una console, ma un'icona culturale che permise a SEGA di guardare negli occhi il colosso Nintendo, vincendo battaglie storiche a colpi di Blast Processing e titoli rivoluzionari.
Sato non si fermò al successo dei 16 bit. Rimase ai vertici della divisione hardware durante le fasi di progettazione del Sega Saturn e, soprattutto, dell'ultima scommessa della compagnia: il Dreamcast.
Il Dreamcast rappresentava la summa della filosofia di Sato. Già alla fine degli anni '90, egli aveva intuito che il futuro dei videogiochi non sarebbe stato solo nella potenza bruta, ma nella connessione.
- Gioco e Comunicazione: Era questo il mantra dietro la console. L'inclusione di un modem di serie e l'ideazione delle VMU (Visual Memory Unit) erano tentativi pionieristici di creare un ecosistema sociale.
- Rimpianti e Visioni: Sato rivelò che il team aveva persino previsto una funzione di collegamento con i telefoni cellulari, un'idea che anticipava di quasi vent'anni l'attuale integrazione tra console e smartphone, ma che la tecnologia dell'epoca non permise di concretizzare appieno.
Con onestà intellettuale, Sato ammise anche le pressioni del marketing di quel periodo, confessando che, nonostante ritenessero superata la retorica della “guerra dei bit”, dovettero comunque piegarsi a quelle logiche per attirare un pubblico ormai assuefatto a quel tipo di comunicazione aggressiva.
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