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Su Cockroach and Sorcery (Comunità)

Un posto per parlare di libri fantasy. Che vogliate fare una chiacchierata su Conan o su La metamorfosi, questo è il posto giusto. Forse.

Cockroach and Sorcery

Oggi vi propongo un dibattito: qual è il confine tra science fiction e fantasy? Possono coesistere? Ci sono degli elementi che caratterizzano questi due mondi o sono soltanto due generi appartenenti alla macrocategoria della letteratura fantastica?

Cockroach and Sorcery

ha pubblicato un'immagine nell'album L'altro fantasy

So che in realtà non importa a nessuno, ma vorrei scusarmi per l'assenza prolungata da questa stanza. Ho avuto un po' di cose da fare e ben poco tempo per leggere, ma non sono stato del tutto con le mani in mano. Il libro di cui vi parlo oggi ha una pesante eredità sulle spalle, in quanto viene da molti considerato uno dei capolavori della letteratura del secolo scorso.
Niente elfi e folletti, a questo giro, ma solo la fredda e cupa Mosca oppressa dal regime sovietico. O almeno, è così che inizia "Il Maestro e Margherita", scritto da Michail Bulgakov a cavallo fra il 1928 e il 1940, ma pubblicato per la prima volta (in una versione pesantemente censurata) soltanto nel 1967, quasi vent'anni dopo la morte dell'autore.
Bulgakov non mi è del tutto sconosciuto: di lui ho avuto il piacere di leggere un altro racconto molto breve, "Cuore di cane", in cui il gusto per il sovrannaturale ed il grottesco si univano ad una forte denuncia sociale nei confronti della dittatura comunista con la quale, suo malgrado, lo scrittore si è trovato a convivere forzatamente. Anche in questo caso, dunque, l'irruzione del fantastico e del sovrannaturale in un ambiente pigro e privo di stimoli come quello moscovita ha la funzione di mettere in risalto tutte le storture di un sistema sbagliato alla radice, con la differenza che, stavolta, il racconto si fa collettivo e coinvolge l'intera città (i due protagonisti che danno il nome al romanzo, infatti, faranno la loro comparsa soltanto verso la metà dell'opera).
Bulgakov si diverte a passare il testimone da un personaggio all'altro, nel tentativo di tratteggiare l'ambiente culturale del regime, con i suoi letterati totalmente devoti al realismo e privi di qualunque tipo di fede religiosa. Essi vivono la loro vita con sconcertante tranquillità, senza alcun bisogno di coltivare un'ambizione di qualunque tipo, quasi direi perduti in una specie di provincialismo parco di vedute spaziose. La comparsa del mago Woland, tuttavia, dietro la cui identità si nasconde nientemeno che Satana in persona, è destinata a gettare Mosca nello scompiglio, grazie ad una serie di eventi sempre più assurdi ed inspiegabili, cui l'autorità cercherà di porre un rimedio, anche se invano.
Fra allucinazioni collettive, ospedali psichiatrici, allegorie religiose e momenti raccapriccianti, il lettore sarà colto dal dubbio alla pari dei protagonisti del racconto, indecisi su quanto vedono i loro stessi occhi.
Ecco, quindi, che l'ingresso del Maestro, il protagonista dell'opera, ci aiuta a prendere confidenza con le tante chiavi di lettura proposte dall'autore, in quello che si configura come un vero e proprio puzzle da risolvere un tassello alla volta (non aspettatevi la risoluzione del mistero, però!).
Il Maestro è l'autore di un romanzo storico incentrato sulla persona di Ponzio Pilato, in cui la figura del procuratore della Giudea viene stravolta rispetto ai canoni classici che gli sono sempre stati affibbiati dalla critica. Pilato, che è a tutti gli effetti uno dei protagonisti (le sue peripezie, infatti, saranno narrate in maniera alterna alle disavventure moscovite), è un personaggio tormentato, pieno di rimorso per la condanna a morte, da lui stesso ordinata, di Jeshua, un predicatore ebreo dalle idee particolarmente rivoluzionarie. Anche lui, come il Maestro (e, di conseguenza, come lo stesso Bulgakov), non si trova a suo agio nella città di Gerusalemme, schiacciato com'è dagli obblighi amministrativi e dalla nostalgia di casa; anche lui, come il Maestro, trova sfogo nei sogni, nella fantasia, nei discorsi esistenziali di Jeshua, nelle vie alternative a quelle proposte dalla Repubblica Romana.
Ecco che il senso del sovrannaturale si manifesta, ecco che Satana svolge il proprio compito, ecco che la fantasia si prefigura come l'unica via da percorrere per non soccombere alla vuotezza della società. Anche il personaggio di Margherita, la tenera amante del Maestro, si incastra perfettamente nel complesso disegno dell'autore. Ella è alla ricerca del suo innamorato, rinchiuso in un ospedale psichiatrico in seguito alle critiche negative ricevute dal romanzo su Ponzio Pilato (di nuovo la tematica che contrappone lo scrittore al regime dittatoriale), e, per trovarlo, sarà aiutata dall'Angelo Caduto e diventerà una strega con tanto di scopa volante. Il Maestro e Margherita è un inno alle anime forti, incapaci di piegarsi di fronte alle storture del reale, pronte a tuffarsi nei mondi immaginari della mente, forse per fuggire, o forse per trovare un nuovo modo di affrontare i problemi.
Il libro non è semplice, anzi. Destabilizza in continuazione il lettore con nuovi punti di vista, nuovi avvenimenti, nuove assurdità, ed il suo stile risulta a tratti alienante ed apatico. Come fa notare Todorov nel suo saggio "La letteratura fantastica", ciò che rende un racconto davvero "fantastico" è il senso di incertezza capace di suscitare nel lettore, che è quello che Bulgakov riesce a fare senza difficoltà, dimostrando per l'ennesima volta la più grande forza della letteratura: parlare per immagini di quello che accade nel mondo reale.

Cockroach and Sorcery

È da qualche tempo, ormai, che la critica e il pubblico sembrano impegnati in una corsa all'oro degna dell'epica western. Fateci caso: ogni volta che un qualche autore riesce a raggiungere un certo successo e a vendere qualche copia in più del normale, parte sempre la solita antifona: "È il nuovo Tolkien"; "I suoi libri rivoluzionano i canoni del fantasy classico"; "Il libro dal quale è tratta la serie tv di HBO". Ok, l'ultima, fortunatamente, non la sentiamo molto spesso.
Questo destino è toccato anche a Brandon Sanderson, sin dalla pubblicazione di Elantris, avvenuta nel 2005, romanzo che venne accolto molto bene sia dalla stampa che dai lettori (e che io non ho ancora avuto modo di leggere: only grrr reactions).
Qualche mese fa, tuttavia, girovagando in una libreria dell'usato, ho trovato ad un prezzo davvero irrisorio un'altra sua opera, oggetto di questo post. Sto parlando di "Warbreaker", in italiano tradotto come "Il conciliatore", ed edito in Italia, come al solito, dai tipi di Fanucci.
Non sapevo bene cosa aspettarmi da questo autore, ma l'incipit era senza dubbio interessante. Sanderson ci presenta un mondo fantastico in cui due regni, Hallandren ed Idris, vivono una pace dai confini molto sottili. In seguito a quella che viene chiamata "Pluriguerra", infatti, i due stati hanno stipulato un trattato di non aggressione che prevede un'unione matrimoniale fra Vivenna, una delle figlie del re idrisiano, e Susebron, il Re Dio di Hallandren. Il padre della suddetta ragazza, tuttavia, prevedendo l'impossibilità di evitare la guerra nonostante i vincoli diplomatici, e forse mosso anche da una preferenza personale nei confronti di Vivenna, deciderà all'ultimo momento di inviare in sua vece Siri, la figlia minore. Siri ha un carattere vivace e ostinato, è spesso capricciosa e ha sempre vissuto con la consapevolezza di essere l'ultima ruota del carro di un complesso gioco politico. Nessuno si era mai aspettato nulla da lei: suo fratello avrebbe ereditato il regno, sua sorella sarebbe andata in sposa al Re Dio e lei sarebbe rimasta indifferente al resto del mondo, felice della propria libertà. L'improvviso rovescio della situazione causerà nel suo cuore (e in quello di sua sorella) un brusco sconvolgimento. I racconti sul Re Dio di Hallandren non sono lusinghieri: egli è dipinto come un essere spregevole e spietato, il quale, oltretutto, è a capo di un regno che più volte, in passato, ha minacciato guerra ad Idris, e ora più che mai sembra vicino alla messa in atto dei propri propositi.
Da queste premesse prenderà il via una vicenda che, senza dubbio, non si configura come quella tipica di un libro heroic fantasy ispirato al modello tolkeniano. Il topos del viaggio è assente, dato che la quasi totalità delle vicende si svolgerà a T'Telir, la capitale di Hallandren; non ci saranno battaglie epiche, ma giochi politici dalla discreta complessità; al tema della guerra fisica e reale, poi, si affianca quello dello scontro ideologico fra due civiltà, che è una delle tematiche principali dell'opera.
Idris ed Hallandren, infatti, si configurano come due estremi opposti. Una ossessionata dall'umiltà, l'altra dedita allo sfarzo più sfrenato; una seguace di Austre, Dio dei Colori, l'altra devota ai propri Dèi, uomini ritornati dalla morte e capaci di manipolare con grande abilità i Colori da cui scaturisce l'energia magica.
Proprio la magia sarà uno degli elementi più originali e meglio tratteggiati dalla penna di Sanderson. Essa è collegata ai Colori (che sono la fonte del potere) ed ai Soffi, quella che potremmo definire "l'anima" di ogni individuo. Ogni individuo può accumulare un certo numero di Soffi per aumentare la propria percezione del mondo circostante, che è proprio quello che, a conti fatti, fanno i Ritornati di Hallandren.
Non voglio soffermarmi ulteriormente su questo aspetto, visto che il post è già molto lungo così, ma sappiate che ho apprezzato molto l'idea ed il modo in cui quasi ogni dettaglio del funzionamento della magia viene spiegato al lettore, dando l'impressione di un mondo coerente e preciso, cosa che spesso non riesce ad altri libri fantasy, in cui la magia funge da deus ex machina capace di ribaltare a proprio piacimento ogni situazione, senza soluzioni davvero logiche.
Un altro aspetto del romanzo che ho apprezzato molto è la sua suddivisione della narrazione in quattro punti di vista differenti: oltre che a Vivenna e Siri, infatti, avremo modo di approcciarci anche a Lievecanto, uno degli dèi ritornati di Hallandren, il quale dubita tuttavia della propria stessa divinità, ed a Vasher, un misterioso individuo del quale, però, non voglio svelarvi null'altro che il nome.
Il Conciliatore è un libro pieno di misteri e colpi di scena in grado di farci riflettere sull'utopia di una società fondata sulla religione e sulla necessità che noi esseri umani abbiamo di credere ciecamente in qualcosa. I protagonisti, a più riprese, vedranno le loro convinzioni vacillare in seguito al confronto con l'altro lato della barricata, e giungeranno spesso a conclusioni decisamente impensabili all'inizio.
Insomma, il disegno che si intravede dietro la struttura dell'opera è interessante e ricco di spunti, ma c'è un problema. Le vicende, nella parte iniziale, risultano decisamente macchinose e poco credibili. È impensabile, per dirne una, che un re cambi idea all'ultimo momento riguardo alla figlia da inviare come sposa: è una mossa politica controproducente. Il suo affetto per Vivenna, poi, potrebbe essere una scusante, senza dubbio, ma non viene approfondito adeguatamente dall'autore, anzi, viene snocciolato in poche righe, quasi Sanderson fosse a corto di idee (e siamo soltanto all'inizio del libro!).
Anche in seguito sarà facile notare qualche buco di trama più o meno grande, che è un rischio sempre molto presente ogni volta che si decide di affrontare il tema della società utopica o distopica. Alcuni personaggi, poi, e mi riferisco soprattutto a Vivenna, sono troppo ingenui per essere credibili. Vivenna ha passato la vita ad essere addestrata sull'etichetta da adottare in vista del suo futuro matrimonio. Tuttavia, giunta in città per salvare la sorella, si dimostrerà a più riprese una vera idiota, senza farvi s.poiler. È vero, Sanderson voleva dimostrare proprio quanto l'educazione ottenuta studiando sui libri e la vita vera siano in realtà due cose molto diverse, ma alcune scelte della ragazza saranno davvero fuori dal mondo. Più in generale, è lo stile della scrittura a non avermi convinto pienamente. Esso si avvicina molto a quello di uno young adult, sul modello di Hunger Games, diciamo, e, sebbene risulti perlopiù leggibile e piacevole (anche se privo di guizzi), non è raro che esso coli a picco in alcuni momenti decisamente troppo sdolcinati e ingenui, con massime morali un po' imbarazzanti e qualche frase fatta qui e lì. Non so bene quanto abbia influito la traduzione (come al solito mediocre) della Fanucci, ma siamo ben distanti da autori del calibro di Sapkowski o Peake, i quali presentano una padronanza del linguaggio tale da afferrare il lettore per la gola e sbatacchiarlo qui e lì senza dargli il tempo di prendere fiato.
Insomma, Il Conciliatore è un libro fatto di luci ed ombre come le due società che si propone di raccontare, ma non mi sento di bocciarlo. Presenta al suo interno molti spunti interessanti ed alcuni personaggi meritevoli di essere letti (soprattutto Lievecanto), ma non riesce mai ad allontanare dal lettore l'idea di essere al cospetto di un'opera commerciale e priva di quella perfezione stilistica che ha caratterizzato i classici del passato recente (un giorno di questi faccio un mega post su Le nebbie di Avalon, ho deciso!). È un lavoro frettoloso, insomma, e anche un po' lungo (siamo sulle 680 pagine circa), anche se mi ha lasciato la volontà di approfondire la conoscenza di Sanderson.
Voi lo avete letto? Avete letto qualche altro suo libro? Cosa ne pensate?

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