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ITTA - recensione

Ci sono videogiochi che non nascono solo dalla spinta di una scintilla creativa o da un'idea più o meno rivoluzionaria. Spesso non è "solo" un lavoro dato che un'opera può nascere come una risposta alla vita e alle sfide apparentemente insormontabili che tutti i giorni rischiano di affossarci. A volte un piccolo videogioco sa rivelarsi terapeutico e a volte lo sviluppo di un videogioco è un percorso di cambiamento esattamente come lo è la nostra reazione ai momenti più bui.



Quando ci troviamo di fronte a un piccolo indie di un team praticamente sconosciuto, la curiosità è un tarlo a cui non si può non cedere. Non cercare nemmeno una manciata di informazioni sui creativi al lavoro sulla potenziale gemma nascosta che ci troviamo di fronte, è praticamente impossibile e spesso si scovano delle chicche davvero niente male.



Ci era già successo con il troppo poco celebrato Hyper Light Drifter e, guarda caso, proprio un progetto che ha dei punti d'incontro con l'opera di Alex Preston nasconde una storia personale da non sottovalutare. Una vicenda che getta una luce diversa sull'interessante ITTA.



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23 aprile 2020 alle 10:40