The Last Dance (ep. 3 e 4) - recensione
Anche un non appassionato di basket sa chi è Michael Jordan, "the best there ever was, the best there ever will be", il migliore che ci sia mai stato, il migliore che mai ci sarà. La docu-serie The Last Dance parte da un particolare momento della sua carriera, per raccontare in 10 episodi una stagione mitica, la conquista del sesto titolo NBA del '98 con i Chicago Bulls, ultima stagione con quella squadra per Jordan dopo 14 anni insieme. Le prime due puntate sono già andate in onda su Netflix lunedì 20 aprile, due episodi che nell'anteprima americana sono stato guardati da 6 milioni di spettatori. Abbiamo avuto in visione la terza e quarta puntata, che saranno visibili a tutti da lunedì 29.
Il documentario si era aperto sulla crisi del '97/98 quando il proprietario, l'immobiliarista Jerry Reinsdorf, e il General Manager Jerry Krause avevano messo in dubbio la compattezza del team, dopo cinque titoli vinti in sette anni di folgoranti successi sotto la guida di Phil Jackson. Squadra che vince non si cambia, si usa dire e invece non in questo caso. Dopo una travagliata riconferma, l'allenatore Phil Jackson chiamerà quest'ultima stagione tutti insieme "The Last Dance".
Nei primi due episodi ci era stato presentato Mike Jordan, come ancora si chiamava ai tempi del liceo e poi del College in North Carolina, già leader negli anni '80 alle sue prime stagioni, prima ancora di arrivare al professionismo nell'84. Il suo ritratto spazia fra il pubblico e il privato, con le immagini delle sue partite e le dichiarazioni di colleghi ed esperti, a formare un chiaro ritratto del personaggio. Compare anche Obama, che ricorda come a quei tempi non avesse i soldi per pagarsi il biglietto per andare a vederlo giocare, mentre Bill Clinton si dichiara fan dell'altro grande giocatore, Scottie Pippen.
