Signs of the Sojourner - recensione
Si sente spesso la mancanza dei puzzle game puri. Gli enigmi sono oramai innestati negli horror e in gameplay più vasti, oppure finiti in quel girone a parte del vastissimo mare del Mobile. Spesso questi videogiochi stand-alone sono oscurati da un mercato che li relega a contenuti opzionali, esperienze brevi e casual, contenitori di enigmi classici, escape room. Tolti casi eclatanti come la serie di Layton e Catherine, capita ancora che il puzzle sia la forma prediletta da piccoli studi per far fronte a idee evocative e particolari, spesso originali.
Pensando a questo genere, uno dei trend degli ultimi anni è quello degli eredi di Portal, puzzle-platform con magnificenze del calibro di Manifold Garden e The Talos Principle. Seguono poi quei prodotti quasi contemplativi, come Monument Valley, e ed è proprio in questo secondo gruppo che Signs of the Sojourner si troverebbe benissimo. Il titolo di Echodog Games è sceglie le carte per costruire un gameplay gestionale e narrativo, incentrato sulla premeditazione e su un deck building atipico, fatto di sacrifici costanti e di mutamenti continui. Vedremo a breve come.
Signs of the Sojourner non è una sfida di sola logica e matematica, se consideriamo l'IA con cui ci confronteremo e l'invadenza di alcune condizioni casuali; né un card-game classico d'impronta competitiva. Infatti il gameplay non si basa sulla necessità di sconfiggere un avversario, depredandolo di hit point o risorse. Al contrario, il focus è la collaborazione al fine di completare una catena di carte, associando simboli geometrici per andare dal punto A al punto B. Si vince o si perde insieme.
