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Arte digitale: davvero la cultura virtuale è solo un tour?

Perché l'arte digitale non è mero turismo di massa



In Italia siamo davvero molto indietro sul collegamento tra videogiochi e arte digitale. Non può essere una novità se appena due anni fa il ministro dello sviluppo economico lanciava una dichiarazione a mezzo stampa che faceva tanto il palo con il ‘900. Sia chiaro: il videogioco non deve piacere a tutti per forza ma se sei il ministro dello sviluppo economico è tuo preciso dovere tutelare e promuovere tutte le imprese, pure quelle del porno. Sicuramente non devi smerdarle pubblicamente.



Per approfondire:
Nel Decreto Rilancio entrano anche i videogiochi. E meno male.



Negli ultimi tempi però, anche in virtù di un lockdown dal quale sembra averci salvato solo la tecnologia, qualcosa si è mosso nel campo dell'arte digitale.
Più testate, anche generaliste, hanno riportato casi, a loro dire, eclatanti di buon uso delle tecnologie videoludiche. In particolare di quelle di Realtà Virtuale viste come ottimali nel rapporto con i Beni Culturali (sarà mica un'altra di quelle cose su cui investiamo poco pur avendone una buona fetta mondiale?), come a dire che può esistere anche una cultura virtuale – la scoperta dell'acqua calda.



Ed ecco allora acclamata la possibilità dei tour virtuali nell'incendiata Notre-Dame messo a disposizione da Ubisoft (ora anche senza VR), insieme alla prova gratuita dei due discovery tour degli ultimi due Assassin's Creed e all'iniziativa di Oculus, When We Stayed Home.



In genere è il solito discorso per cui i videogiochi passano dall'essere additati come causa di tutti i mali dei nostri giovani virgulti, ad essere strumento poderoso di tecnologia per le nostre vite.



Che tutti gli strumenti, di qualsiasi natura essi siano, possano avere un uso deleterio è qualcosa che dovrebbe essere così scontato che non val nemmeno la pena ribadirlo.



Basta solo digitalizzare il già esistente?



Spesso, soprattutto nel mondo contemporaneo fatto di turismo di massa, commemorare un monumento e visitarlo è una di quelle esperienze viste come il massimo grado di esperienza culturale.



“L'anno prossimo devo assolutamente visitare il Louvre” per poi fiondarsi a guardare la sola Gioconda, un quadretto minuscolo che cercherete di sbirciare con l'occhio in mezzo alla calca di visitatori là davanti. Ma ehi, dopo potrete dire di esserci stati e saluti, prossima meta.



Gioconda, un quadretto minuscolo che cercherete di sbirciare con l'occhio in mezzo alla calca di visitatori



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Dibattito Negli ultimi anni, in particolare, una fervida discussione ha investito i musei: il modo stesso di esporre le opere può avere rilevanti conseguenze identitarie portando anche a chiederci quanto abbia ancora senso rinchiudere opere all'interno di pareti fisse.
Potreste persino farvi anche voi un'idea, con un videogioco.



In questo sta il problema di esperienze come il discovery tour: non sono nient'altro che riproduzioni statiche e immutabili dell'esistente, a volte addirittura forzate (appioppando a contesti passati valutazioni odierne – vd. Statue censurate in AC Origins), laddove invece l'arte digitale potrebbe utilizzare la vera potenza dei videogiochi, permettendo una ricostruzione intera del tutto, cioè di diverse, e magari conflittuali, memorie in un'opera che consenta di riviverle entrambe.



Molto banalmente: tramite i videogiochi è possibile comprendere sia chi accettava di buon grado la costruzione di una colossale chiesa nel centro di Parigi sia chi per quella costruzione ha magari dovuto rinunciare alla propria fede (in precedenza sembra ci fosse un tempio pagano), senza dover semplicemente usare la semplificazione mentale “Notre-Dame è bella, punto”



E non si capisce perché se gli stessi musei in questi anni hanno avviato un importante dibattito sulla propria funzione e il proprio ripensamento, la loro concezione ottocentesca debba essere presa di peso da uno strumento che in media costa 500 euro e che ha molte più potenzialità di qualsiasi cosa giunto finora.



Utilizzare tutto ciò solo per rendere più fighi documentari e affini, senza cambiarne l'impostazione, è sì una possibilità tra le altre, ma crediamo la meno innovativa: cercavamo l'immersione totale in mondi diversi e ci ritroviamo la ricostruzione del nostro, fatto e finito, preso come già perfetto di per sé.



Ok, boomer.



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18 maggio 2020 alle 20:00

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