Ludomedia è il social network per chi ama i videogiochi. Iscriviti per scoprire un nuovo modo di vivere la tua passione.

Namco Museum Archives Vol. 2 – Recensione

Non dobbiamo mai dimenticare da dove siamo partiti. Se c'è una serie di nozioni che ci insegnano a scuola e che non dovremmo avere in odio come altre materie sono proprio quelle legate alla storia. In ogni campo, sapere quale è stata la nostra condizione iniziale e come ci siamo evoluti per arrivare al relativo agio dei giorni nostri è la chiave per non cadere in errori assurdi (le guerre e l'odio dimostrano che non abbiamo imparato bene alcune lezioni, per esempio) o per prendere spunto e fare ulteriori passi avanti, soprattutto in campo artistico. Da qui l'importanza di documenti, racconti, testimonianze e soprattutto collezioni conservate nei musei.



Anche il settore dei videogiochi rientra nelle attività umane che hanno ormai acquisito un peso storico. I capolavori narrativi e tecnici che possiamo giocare oggi sulle nostre console devono la loro esistenza ai progressi compiuti, anno dopo anno, tecnologia dopo tecnologia, a partire dai pochi bit su schermo che erano i videogiochi degli anni Ottanta. Bandai Namco ha così pensato di celebrare la grandezza di quei giochi, che è tale anche se agli occhi di un ragazzo dei nostri giorni ciò risulta incomprensibile, aprendo un museo virtuale che risponde al nome di Namco Museum Archives. Parliamo ovviamente di una collezione di titoli di un tempo, organizzata su due volumi, di cui ci apprestiamo a recensire il secondo.



Una notte al museo



Namco Museum Archives Vol.2 propone undici classici che includono sia giochi storici noti a tutti che seguiti e titoli mai pubblicati prima in occidente. L'occasione è ghiotta per fare un tuffo di testa nel passato, anche se il prezzo di vendita non è particolarmente amichevole e stimolante. Parliamo, infatti, di un'operazione commerciale a base fortemente nostalgica che segue il trend recente delle mini console. Se da un lato abbiamo visto una riproposizione dell'hardware (o così ci hanno fatto credere, almeno) di Nintendo, Super Nintendo, PlayStation e molti altri, in questo caso si sfruttano le piattaforme esistenti nella current-gen per una collezione di soli software. In ogni caso, il concetto non cambia.



Quello che ci troviamo a schermo, infatti, è un classico elenco con gli undici giochi disponibili che, una volta lanciati, partono come se ci trovassimo in un emulatore. Non aspettatevi quindi revisioni di alcun tipo, miglioramenti grafici o adattamenti di sorta per dare un senso ai trent'anni e più trascorsi. Ci ritroveremo a giocare i titoli esattamente come se fossimo negli anni Ottanta, il che di base non è sbagliato perché assolve alla funzione per cui il “museo” è stato pensato. Di certo però, fatta eccezione per qualche ultra nostalgico ormai alla soglia della mezza età, sarà difficile conquistare un pubblico giovane con queste premesse.



Qualche novità, dobbiamo essere sinceri, esiste e riguarda funzioni che una volta ci sognavamo. Nello specifico, avremo a disposizione quattro slot di salvataggio, per conservare i nostri progressi e riprendere a giocare da dove eravamo arrivati, e soprattutto un tasto di riavvolgimento parziale. Questo significa che, nel caso le cose ci vadano male e veniamo sconfitti in qualunque titolo, non dovremo fare altro che premere L1 per tornare indietro di alcuni secondi e riprovare. In questo modo è sicuramente più agevole progredire e vedere quali sono gli sviluppi di un gioco, fermo restando che non ci si devono aspettare colpi di scena o un'irresistibile varietà di situazioni anche nei livelli più avanzati.



https://www.playstationbit.com/wp-content/uploads/2020/07/NAMCO-MUSEUM-ARCHIVES-Vol-2_20200710013212-600x338.jpg



Indietro nel tempo



Prima di passare alla breve analisi di ognuno dei titoli disponibili, è bene sottolineare che l'idea di Namco Museum Archives Vol.2 non è per niente male e assolve perfettamente alla funzione storica che sta alla sua base (oltre a quella economica, non lo neghiamo). Mentre cerchiamo di abituarci a sistemi di controllo non sempre intuitivi e comodi, di sopravvivere a nemici che sembrano tanto semplici eppure risultano infinitamente ostici e di avanzare in mondi che sembrano realizzati con Paint non possiamo fare a meno di pensare che questa era la realtà di pochi anni fa.



Se fate uno sforzo di memoria e tornate al 1985, o, nel caso siate più giovani, se provate a pensare anche solo al salto tra PlayStation 2 e PlayStation 4, non potrete che apprezzare le piccole chicche di gameplay che venivano inserite nonostante le risorse limitate del tempo. Pensiamo ad esempio ai trampolini per i salti prolungati in Pacland, o alla gestione dell'inventario in Legacy of the Wizard. Ogni epoca ha il proprio livello di avanzamento tecnologico e gli sviluppatori si sono sempre adoperati per spingerlo al limite, sia che si trattasse di funzioni che oggi sembrano ridicole e banali, sia che si tratti delle smorfie di un personaggio che viene illuminato da una torcia o dei testicoli dei cavalli che si adattano alla temperatura di cui possiamo godere oggi.



La funzione dei musei è proprio questa: farci scoprire il passato per comprenderne le limitazioni e, nel contempo, apprezzare le strade intraprese per aggirarle, dimostrarci che c'è sempre spazio per progredire e ricordarci che, per quanto possiamo considerarci perfetti, un domani guarderanno alla nostra epoca con lo stesso sorrisetto di derisione con cui noi guardiamo a quelle del passato. Relativamente al mondo videoludico, un'altra importante lezione che apprendiamo da questo specifico museo virtuale di Bandai Namco è che, indipendentemente dal livello tecnico, la costante nei videogiochi è sempre stata la stessa: divertire e far divertire, sfruttando generi e meccaniche diverse ma puntando sempre ad allietare parte del tempo libero di chi, come ognuno di noi, talvolta ha bisogno di evadere da una realtà troppo stretta.



Continua la lettura su www.playstationbit.com

12 luglio 2020 alle 17:10

Condiviso da popcornking e un altro.Piace a 2 persone