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Non è (ancora) un paese per videogiocatrici

È estremamente difficile raccontare la situazione che le donne sono costrette a vivere nel sottobosco dei videogiochi. È difficile perché chiunque non abbia subito determinati trattamenti tende a minimizzare il problema, addirittura a vederlo come una semplice provocazione, talvolta a pensare che si tratti del comportamento di poche mele marce isolate dalla maggioranza della comunità, come nel caso del sottoscritto, dato che non sono certo un esperto della tematica e anzi farò numerosi scivoloni terminologici ed errori tipici di una forma mentis dalla quale è complicato liberarsi interamente.



È difficile perché neppure un termine come "discriminazione" è adatto a descrivere il fenomeno in modo efficace. Perché si tratta semplicemente di donne che lavorano nel settore dei videogiochi o che decidono di trascorrervi il proprio tempo libero, e che unicamente in quanto donne devono fare i conti con il fatto che saranno trattate in modo diverso, magari non necessariamente con atteggiamento discriminatorio, ma senza ombra di dubbio degradante e prevaricatorio. In una parola, è sessismo.



E quante sono le obiezioni che già ci sembra di sentirsi sollevare a seguito di queste poche righe! 'È un problema che non riguarda solamente il mondo dei videogiochi'; 'Ecco l'ennesimo caso di vittimismo'; 'L'ennesima propaganda SJW'... Sapete, inizialmente abbiamo pensato di inaugurare questa analisi attraverso un parallelismo con la vita di Mark Bloch, uno degli storici più influenti di tutti i tempi, vissuto in Francia nella prima metà del ventesimo secolo e recentemente riportato in auge dalla fama di Alessandro Barbero.



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9 marzo 2021 alle 15:51