Deathless: The Hero Quest – Recensione
Deathless: The Hero Quest per PlayStation 5 non cerca di reinventare il genere, ma di perfezionarlo con coerenza e personalità. In un mercato saturo di roguelike e deckbuilder, il titolo di 1C Game Studios si distingue per una struttura solida, un'estetica curata e una narrazione che valorizza il folklore slavo senza appesantire il ritmo. Non è un gioco che grida per attirare l'attenzione: preferisce costruire lentamente la sua identità, run dopo run, carta dopo carta. E lo fa con una sorprendente padronanza dei suoi strumenti.
Il folklore che guida la run
La narrazione di Deathless non si limita a fare da sfondo: è un tessuto vivo che si intreccia con ogni scelta del giocatore. Ambientato nel mondo di Belosvet, ispirato al folklore slavo, il gioco vi mette nei panni di quattro eroi – ognuno con una propria storia, motivazione e stile – chiamati a combattere contro creature mitologiche, stregoni e spiriti maligni. Il nemico principale è Koschey l'Immortale, figura leggendaria che incarna l'idea di un male eterno e astuto.
La struttura narrativa è modulare: ogni run modifica il percorso, le scelte e gli incontri. Le fiabe non sono racconti da ascoltare, ma sentieri da percorrere, spesso pieni di spine. Non c'è garanzia di lieto fine, e proprio questo rende ogni partita una piccola epopea. Il tono è malinconico, ma mai cupo: c'è sempre una scintilla di speranza, anche quando il mazzo sembra tradirvi.
Deckbuilding tattico e roguelike senza compromessi
Il gameplay di Deathless: The Hero Quest è una fusione ben riuscita tra deckbuilding strategico e struttura roguelike, con una profondità che si rivela run dopo run. Non si tratta di un sistema pensato per il semplice intrattenimento: ogni meccanica è progettata per mettere alla prova la capacità del giocatore di adattarsi, prevedere e costruire sinergie efficaci.
All'inizio di ogni partita si sceglie uno dei quattro eroi disponibili, ciascuno con un mazzo iniziale unico e uno stile di gioco distinto. Il bogatyr è un tank che punta sulla resistenza e sul controllo del campo, la maga delle rune manipola gli effetti e le condizioni, il cacciatore lavora di precisione e danni mirati, mentre la strega offre un gameplay più rischioso ma potenzialmente devastante. Questa varietà non è solo cosmetica: ogni personaggio cambia radicalmente il modo in cui si affrontano gli scontri e si costruisce il mazzo.

Il combattimento si svolge in turni, con le carte che rappresentano attacchi, difese, incantesimi e abilità passive. Le risorse sono limitate, e ogni carta ha un costo in energia o effetti collaterali da gestire. Alcune carte si potenziano nel tempo mentre altre si attivano solo in condizioni specifiche. La gestione del mazzo è quindi cruciale: accumulare carte potenti senza un piano può portare a un deck ingovernabile, mentre una selezione mirata può trasformare un eroe fragile in una macchina da guerra.
La mappa di gioco è generata proceduralmente, con nodi che rappresentano battaglie, eventi narrativi, negozi, santuari e boss. Ogni scelta ha conseguenze: un evento può offrire una carta rara, ma anche infliggere una maledizione; un negozio può vendere una reliquia potente, ma a costo di sacrificare una carta chiave. Il gioco spinge il giocatore a prendere decisioni difficili, spesso senza una risposta ovvia.

Le reliquie e gli oggetti passivi aggiungono poi ulteriore complessità. Alcune modificano le regole base del combattimento, altre interagiscono con specifici tipi di carte o condizioni. La sinergia tra carte e reliquie è uno degli aspetti più soddisfacenti del gioco: trovare una combinazione che permette di infliggere danni infiniti o di annullare completamente gli attacchi nemici è una ricompensa che va oltre la semplice vittoria.
Infine, la curva di difficoltà è ben calibrata. Le prime run servono da introduzione, ma già dopo poche ore il gioco mostra i denti. I boss sono impegnativi, con meccaniche uniche e pattern da decifrare. Non esiste una strategia universale: ogni partita è un puzzle da risolvere con gli strumenti disponibili. E quando si perde, perché si perderà spesso, si impara sempre qualcosa di nuovo, si sblocca un contenuto, si affina la propria strategia. È questo loop di apprendimento e scoperta che rende Deathless: The Hero Quest così coinvolgente.

Direzione artistica e sound design: un connubio riuscito
Visivamente, Deathless è una piccola gemma. Lo stile artistico richiama le illustrazioni dei libri di fiabe dell'Est Europa, con colori tenui, linee morbide e creature che sembrano uscite da un incubo poetico. Ogni carta è illustrata con cura, e gli ambienti come foreste stregate, villaggi in rovina e templi dimenticati, trasmettono un senso di mistero e bellezza decadente.
Le animazioni sono fluide e ben integrate, e l'interfaccia utente è elegante, funzionale e coerente con l'estetica generale. Non ci sono effetti speciali roboanti, ma ogni dettaglio è pensato per immergere il giocatore in un mondo che sembra antico e magico. Il design dei nemici poi è particolarmente riuscito: ogni creatura ha una personalità visiva, e anche i più piccoli spiritelli nechistik riescono a inquietare con il loro ghigno malizioso.
Il comparto sonoro infine è un altro punto di forza di questo gioco. La colonna sonora mescola strumenti tradizionali slavi con atmosfere ambient, creando un sottofondo che accompagna l'avventura senza mai sovrastarla. I temi musicali cambiano in base alle zone e agli scontri, e riescono a trasmettere tensione, meraviglia o malinconia con grande efficacia.
Peccato per l'assenza del doppiaggio: i dialoghi sono solo testuali, e sebbene ben scritti, una voce avrebbe potuto dare ulteriore profondità ai personaggi. Tuttavia, gli effetti sonori, dal fruscio delle carte al ruggito dei boss, sono curati e contribuiscono a rendere ogni scontro memorabile.

La strada verso il Platino
Per i cacciatori di trofei, Deathless: The Hero Quest offre un set ben strutturato e impegnativo, pensato per premiare la padronanza del gioco piuttosto che il semplice grinding. Il Platino non è impossibile, ma richiede una vera dedizione, abilità e una buona dose di pazienza. La lista trofei include obiettivi legati alla progressione narrativa, alla costruzione del mazzo e alla scoperta di contenuti segreti. Alcune coppe poi richiedono condizioni particolari, come vincere una run togliendo ben 7 carte dal mazzo o completare il gioco con un mazzo composto solo da carte non migliorate.
La difficoltà non sta tanto nella quantità, quanto nella varietà: il gioco chiede di esplorare ogni angolo del suo sistema, di provare strategie diverse e di padroneggiare ogni eroe. Non basta trovare una build vincente e ripeterla: per ottenere il Platino bisogna dimostrare versatilità e comprensione profonda delle meccaniche. Un aspetto positivo è che il gioco tiene traccia dei progressi in modo chiaro, e ogni trofeo sbloccato è accompagnato da una descrizione dettagliata. Inoltre, la community ha già iniziato a condividere guide e suggerimenti, rendendo l'impresa più accessibile per chi vuole ottimizzare i tempi.
L'articolo Deathless: The Hero Quest – Recensione proviene da PlayStationBit 5.0.

alfaalex
Non inventa niente, ma lo fa meglio di molti che ci provano da anni