Welcome to Basingstoke – Recensione
Se ti dicessero che l'apocalisse è scoppiata in una tranquilla cittadina inglese famosa per i suoi pub e le sue riciclerie, probabilmente penseresti a uno scherzo. Eppure Welcome to Basingstoke non solo lo rende plausibile, ma lo trasforma in un'esperienza videoludica sorprendentemente ironica e brutale. Pubblicato da Thalamus Digital Publishing e sviluppato da Puppygames, questo titolo mescola stealth, azione arcade e crafting in un cocktail esplosivo ambientato in un mondo dove ogni passo può essere l'ultimo. Non è il classico survival horror, e non vuole esserlo. È un esperimento di design e un incubo urbano che ti farà ridere, imprecare e pianificare ogni mossa con la paranoia di un agente segreto. Tuttavia, dietro la facciata eccentrica si nascondono diversi problemi che ne compromettono l'esperienza complessiva.
Omnicorp, mutanti e salsicce avvelenate
La storia di Welcome to Basingstoke è volutamente minimale, ma non per questo priva di fascino. Il protagonista è un anonimo candidato appena assunto da Omnicorp, una megacorporazione che ha evidentemente giocato con forze che non comprendeva. Il risultato? Una cittadina infestata da zombie, mutanti, alieni e robot assassini. Il vostro obiettivo è semplice: scappare. Ma dietro questa premessa si nasconde una narrazione ambientale ricca di dettagli, ironia e satira. Ogni angolo della città racconta qualcosa: dai cartelli pubblicitari alle conversazioni interrotte, dai resti di picnic trasformati in trappole mortali ai distributori automatici che servono caffè letale.
Non ci sono cutscene elaborate o dialoghi cinematografici, ma il mondo stesso è il narratore. E lo fa con un tono che ricorda Shaun of the Dead più che Resident Evil: grottesco e british.
Stealth, crafting e caos controllato
Il cuore pulsante del gioco è il gameplay, e qui Basingstoke tenta di brillare. La struttura è roguelike: ogni partita è diversa, ogni mappa è generata proceduralmente, e la morte è permanente. Ma non è solo questione di sopravvivere: è questione di come lo fai. Puoi scegliere di muoverti furtivamente, distrarre i nemici con panini e salsicce, costruire molotov con oggetti di recupero, o correre come un pazzo sperando di non finire tra le braccia di un tentacolo assassino.
Il sistema di crafting è semplice ma efficace: raccogli oggetti, combinali e crea strumenti di sopravvivenza. Volete trasformare un kebab in un'arma biologica? Potete farlo. Volete costruire una trappola con un tostapane e un cavo elettrico? Fatelo. Ogni oggetto ha un potenziale, e il gioco vi invita a sperimentare.
La difficoltà è alta, e alcune volte ingiusta. Ogni errore è punito, ma ogni successo è gratificante. E soprattutto, ogni stile di gioco è valido: che voi siate un ninja urbano o un piromane improvvisato, Basingstoke vi lascerà spazio per esprimervi.

Tra umorismo e criticità
L'idea del gioco è originale, e lo stile visivo retrò riesce a evocare un certo fascino da sala giochi anni '80. Tuttavia, bastano pochi minuti di gioco per rendersi conto che sotto la superficie eccentrica si nasconde un'esperienza poco rifinita.
Il sistema di controllo su PlayStation 5 è sorprendentemente impreciso: nei momenti più concitati, il personaggio sembra scivolare invece di rispondere con precisione, rendendo le morti frequenti e spesso ingiuste. Questo problema si accentua con un bilanciamento della difficoltà che pare casuale: alcuni nemici sono letali fin da subito, mentre altri sembrano messi lì solo per riempire lo spazio. Il risultato è una curva di apprendimento frustrante, che scoraggia piuttosto che stimolare appieno.
Il crafting, seppur creativo, non riesce a compensare una progressione poco gratificante. Le ricompense sono rare e spesso insignificanti, e il senso di avanzamento si perde in una ripetitività che affiora già dopo le prime ore. Anche l'umorismo, che inizialmente diverte con il suo tono british e grottesco, tende a diventare prevedibile e poco incisivo.
Tecnicamente, il gioco soffre di piccoli bug e glitch visivi che, pur non compromettendo del tutto l'esperienza, contribuiscono a un senso generale di trascuratezza. Nonostante l'adattamento per console Sony, Welcome to Basingstoke dà l'impressione di essere rimasto ancorato alla sua versione originale, senza sfruttare appieno le potenzialità della nuova piattaforma.

Uno sguardo al comparto artistico e sonoro
Visivamente, Welcome to Basingstoke adotta uno stile low-poly che potrebbe sembrare semplice, ma è in realtà estremamente curato. I modelli sono stilizzati, le animazioni fluide, e l'illuminazione contribuisce a creare un'atmosfera tesa e surreale. Non cerca il foto realismo, ma punta tutto sull'identità visiva: colori saturi, ambienti dettagliati e creature grottesche che sembrano uscite da un incubo disegnato con il LEGO.
La varietà degli ambienti è notevole: si passa da strade deserte a fogne claustrofobiche, da supermercati abbandonati a laboratori segreti. Ogni zona ha una sua estetica, e il gioco riesce a rendere ogni angolo memorabile.
Il comparto sonoro è un altro punto di forza. La colonna sonora è discreta, quasi assente in certi momenti, ma quando entra in scena lo fa con efficacia. I suoni ambientali sono fondamentali: il rumore di un distributore automatico, il ringhio di uno zombie, il fruscio di un tentacolo in avvicinamento. Tutto contribuisce a creare tensione.
Il sound design è pensato per il gameplay: fare rumore significa attirare nemici, e il gioco ti insegna presto a temere ogni suono. Anche il silenzio diventa un elemento narrativo. E quando la musica parte, spesso è per sottolineare il caos imminente.

La strada verso il Platino
Per i cacciatori di trofei, Welcome to Basingstoke offre una lista impegnativa ma soddisfacente. I trofei spaziano dall'esplorazione alla sopravvivenza, dal crafting creativo all'eliminazione di nemici in modi bizzarri. Alcuni richiedono abilità, altri ingegno, e molti una buona dose di pazienza.
Il Platino è tutt'altro che semplice da ottenere. Richiede di completare il gioco in diverse modalità, di scoprire tutti i segreti, di sopravvivere senza uccidere, e di costruire ogni oggetto disponibile. È una vera prova di dedizione, ma anche un modo per esplorare ogni angolo del gioco. E come ogni buon roguelike, la rigiocabilità è altissima, ogni run è diversa, ogni trofeo ti spinge a cambiare approccio.
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