Tales of Xillia Remastered – Recensione
Ci sono giochi che non vi chiedono di ricordarli: vi restano proprio addosso. Non per un colpo di scena, non per una boss fight epica, ma per un certo modo di raccontare, di muoversi, di respirare. Tales of Xillia, per me, è sempre stato uno di quelli. Non il più famoso della serie, né il più ambizioso, ma forse il più coeso. Il più onesto.
Nel 2025, Bandai Namco Entertainment ha deciso di riportarlo su PlayStation 5 con una remastered curata da Dokidoki Grooveworks. Nessuna rivoluzione, nessun restauro invasivo. Solo una ripulita tecnica, qualche rifinitura qua e là, e la volontà di dire: “questo gioco merita ancora di essere giocato”. E la verità è che, rigiocandolo oggi, Tales of Xillia non sembra un titolo del passato. Sembra un racconto che ha ancora qualcosa da dire.
Due protagonisti, nessuna verità assoluta
La prima volta che ho scelto Jude come protagonista, l'ho fatto quasi per inerzia. Era il volto più familiare, il classico ragazzo curioso, gentile, con un talento per la medicina e una tendenza a mettersi nei guai per fare la cosa giusta. Ma poi ho giocato anche con Milla, e lì ho capito che Tales of Xillia non racconta una storia: ne racconta due. Due prospettive, due sensibilità, due modi di guardare lo stesso mondo. E nessuna delle due è completa da sola.
Il mondo di Rieze Maxia è un ecosistema fragile, dove spiriti e umani convivono grazie a un equilibrio millenario. Quando questo equilibrio viene minacciato dalla Lance of Kresnik, un'arma capace di assorbire il mana, si innesca un conflitto che coinvolge scienza, fede, politica e identità. Ma la forza della narrazione non sta tanto nella posta in gioco, quanto nel modo in cui i personaggi la vivono. Alvin, Leia, Elize e Rowen: non sono archetipi, sono persone. Con dubbi, contraddizioni, momenti di debolezza e scelte che non sempre portano a esiti molto felici.
Ci sono momenti in cui il gioco vi spiazza non per quello che succede, ma per come lo racconta. Una conversazione sotto la pioggia, uno sguardo che dura un secondo in più, una decisione che non ha una risposta giusta. Tales of Xillia non vi prende per mano, ma nemmeno vi lascia soli. Vi accompagna, vi ascolta, vi chiede di fidarvi. E quando lo fate, vi accorgete che state vivendo una storia che non ha bisogno di urlare per farsi sentire.

Link, combo e libertà tattica
Il sistema di combattimento è uno di quelli che vi fa venire voglia di affrontare ogni scontro, anche quando potreste evitarlo. Il Double Raid Linear Motion Battle System vi permette di collegare due personaggi per creare attacchi combinati, abilità condivise e sinergie uniche. Non è solo spettacolare: è strategico. E soprattutto, è divertente.
Su PlayStation 5, il tutto gira a 60fps stabili, con caricamenti praticamente istantanei. È una goduria. Ogni colpo ha peso, ogni schivata ha senso, ogni combo riesce a trasmettere quella sensazione di controllo totale che pochi JRPG riescono a offrire. Il Lilium Orb, sistema di crescita a griglia, vi dà una libertà notevole nel personalizzare ogni membro del party. Volete una Milla più tank? Si può fare. Un Jude più orientato al supporto? Anche. E il bello è che il gioco non vi punisce se volete sperimentare. Potete cambiare approccio, riassegnare abilità, provare nuove combinazioni. E quando trovate quella che funziona, il feedback è immediato.
Anche fuori dal combattimento, Tales of Xillia offre un ritmo ben calibrato. Le missioni secondarie non sono mai troppe, e spesso aggiungono dettagli interessanti sui personaggi o sul mondo. I dungeon non sono labirinti infiniti, ma nemmeno corridoi vuoti. E il backtracking, quando c'è, è sempre giustificato da un motivo narrativo o da una ricompensa concreta. È un gioco che rispetta il vostro tempo, e che vi invita a esplorare senza forzarvi.

Piccole storie che fanno la differenza
Le missioni secondarie di Tales of Xillia non cercano di rubare la scena alla main quest. Non vi promettono ricompense esagerate, né vi obbligano a deviare dal percorso principale. Ma se deciderete di seguirle, scoprirete che sono molto più di semplici fetch quest. Alcune vi portano a conoscere meglio gli abitanti di Rieze Maxia, altre approfondiscono il passato dei protagonisti, altre ancora vi mettono davanti a scelte morali che non hanno una soluzione netta.
Ricordo una missione in particolare, in cui devi aiutare una donna a ritrovare il marito disperso. Sembra una richiesta banale, ma si trasforma in una riflessione sulla guerra, sulla perdita, sulla speranza che resiste anche quando tutto sembra perduto. Non c'è un boss finale, non c'è una ricompensa leggendaria. C'è solo una storia che vi resta.
E poi ci sono le missioni che si attivano solo in certi momenti, in certi luoghi, con certi personaggi nel party. Il gioco non ve lo dice esplicitamente, dovete esplorare, parlare, osservare. È un modo elegante di premiare la curiosità, senza forzare la checklist. E quando scoprite una nuova skit o un dialogo nascosto, sentite di aver guadagnato qualcosa che va oltre l'oggetto raro o l'esperienza extra. Avete guadagnato un pezzo di lore.
Non eroi, ma persone che sbagliano
Una delle cose che mi ha sempre colpita di Tales of Xillia è che non cerca di costruire eroi. Non c'è nessuno che incarna la perfezione, nessuno che abbia tutte le risposte. Jude è brillante, ma ingenuo. Milla è potente, ma emotivamente acerba. Alvin è forse il personaggio più interessante: ambiguo, contraddittorio, capace di tradire e di proteggere nello stesso arco narrativo. E non lo fa per shockare, lo fa perché è scritto come un uomo che non sa più da che parte stare.
Elize, con la sua fragilità e il suo rapporto simbiotico con Teepo, è un esempio raro di come si possa raccontare l'infanzia senza infantilizzarla. Leia, che all'inizio sembra solo la spalla comica, rivela una forza emotiva che cresce con il viaggio. Rowen poi, il vecchio stratega, è forse il più lucido di tutti, e spesso è lui a dire le cose che gli altri non vogliono sentire.
Quello che rende questi personaggi memorabili non è il loro ruolo nel gameplay, ma il modo in cui si relazionano tra loro. Le skit aiutano molto in questo: brevi dialoghi che si attivano durante l'esplorazione, spesso ironici, a volte profondi ma sempre autentici. Non sono riempitivi, sono finestre su dinamiche che altrimenti resterebbero implicite. E quando arrivate alla fine, vi rendete conto che non avete solo seguito una trama: avete vissuto con queste persone, avete litigato, avete riso e avete avuto paura con loro.

L'anime che non invecchia
Esteticamente, Tales of Xillia non ha mai cercato il realismo. E meno male. Il suo stile anime, con colori saturi e linee pulite, ha retto benissimo il passare del tempo. La remastered ha migliorato texture e modelli, ma senza snaturare nulla. Le città sono ancora riconoscibili e vive: Fennmont con la sua luce artificiale e inquietante, Sharilton con i suoi mercati e la sua architettura più classica e Xian Du con quell'aria da metropoli spirituale che sembra uscita da un sogno lucido.
Le cutscene animate da ufotable sono state rimasterizzate in HD, e sono ancora oggi tra le più belle del genere. Il character design di Kosuke Fujishima è sobrio ma distintivo: ogni personaggio ha un look che racconta qualcosa di sé, senza bisogno di armature improbabili o accessori ridondanti. E poi c'è l'interfaccia: pulita, leggibile e funzionale. Non vi distrae, non vi ostacola. Fa il suo lavoro, e lo fa bene.

Sakuraba, ancora una volta
Motoi Sakuraba è uno di quei compositori che, se avete giocato almeno un paio di JRPG, avete già ascoltato senza saperlo. In Tales of Xillia, il suo lavoro è meno barocco del solito, più atmosferico. E funziona molto bene. I brani non cercano di rubare la scena, ma di costruirla. Alcuni temi restano proprio in testa, ma è l'uso del silenzio che mi ha colpita di più. Ci sono scene in cui la musica si ritira, e restano solo le voci, i passi e il vento. È una scelta registica, non tecnica. E dice molto su quanto il gioco si fidi della sua scrittura.
Il doppiaggio è solido, sia in inglese che in giapponese. Io ho preferito quest'ultimo, ma è questione di gusti. In entrambi i casi, le performance sono credibili, e il sync è stato migliorato rispetto alla versione PlayStation 3. Le skit, quelle scenette opzionali che si attivano durante l'esplorazione, sono ancora oggi uno degli strumenti narrativi più efficaci della serie. Brevi, brillanti, spesso ironiche, ma capaci di aggiungere profondità ai personaggi senza appesantire il ritmo.
La strada verso il Platino
Raggiungere il Platino in Tales of Xillia Remastered non è un'impresa impossibile, ma nemmeno una passeggiata. È un percorso che richiede attenzione, costanza e una certa dose di affetto per il gioco stesso.
Non ci sono trofei online, e questo già lo rende più accessibile. Ma per ottenere tutto, bisogna davvero conoscere il gioco a fondo. Serve completare entrambe le campagne, quella di Jude e quella di Milla, perché alcune scene e missioni sono esclusive di ciascun percorso. Serve esplorare ogni angolo, parlare con ogni NPC, affrontare ogni boss opzionale. Alcune missioni secondarie poi sono temporanee, e se le perdete, dovrete ricominciare. Altre coppe infine richiedono di collezionare oggetti rari, o di completare il Libro dei nemici e quello degli oggetti. E poi ci sono le skit, che vanno viste tutte, alcune delle quali si attivano solo in condizioni specifiche.
Il Platino, insomma, non è solo una medaglia. È una dichiarazione d'amore. È il segno che avete voluto vedere tutto, capire tutto e vivere tutto.
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