Castle of Heart – Recensione
Nel vasto regno dei platform d'azione, Castle of Heart si presenta come un cavaliere maledetto che rifiuta di cedere all'oblio. Originariamente lanciato su Nintendo Switch, il titolo di 7Levels torna su PlayStation 5 in una versione massicciamente aggiornata e ampliata. Ma non aspettatevi una semplice remastered: questa è una reincarnazione, una seconda vita scolpita nel granito della mitologia slava e rifinita con pixel affilati come lame. È un gioco che non si limita a raccontare una storia: la consuma, la scolpisce, la fa sanguinare. E lo fa con una maledizione che diventa meccanica, con un'estetica che sa di leggenda e con un cuore che pulsa sotto la pietra.
La leggenda di Svaran: una trama scolpita nel mito
Svaran non è il solito eroe. È un guerriero slavo trasformato in pietra da uno stregone al servizio del dio oscuro chiamato Chernobog. Ma non è morto: è sospeso tra la vita e la disintegrazione, riportato in vita dalle lacrime della sacerdotessa Mira, l'ultima speranza della dea Mokosh. La sua missione? Salvare Mira, liberare la terra dal dominio tirannico e resistere alla maledizione che lo sta consumando.
La narrazione, completamente riscritta per questa versione PS5, abbandona la linearità per abbracciare il tono epico. Ogni dialogo è stato rifatto e ogni cutscene rianimata. Il risultato è una storia che, pur non brillando per originalità, riesce a evocare un senso di urgenza e tragedia. La maledizione non è solo un pretesto: è il cuore pulsante del racconto. Svaran non infatti combatte per gloria, ma per non disintegrarsi. Ogni passo è una sfida contro il tempo, ogni colpo un grido contro l'oblio.

Il tempo è pietra, il sangue è salvezza
Castle of Heart è un action-platform laterale, ma con una twist brutale: il protagonista perde salute costantemente. Non perché venga colpito, ma perché è pietra viva. Per sopravvivere, deve uccidere. Ogni nemico abbattuto gli restituisce frammenti di vitalità, ogni esitazione lo avvicina alla disintegrazione. E non è una metafora: se non si combatte, si perdono gli arti. Letteralmente. Infatti il braccio che impugna l'arma può cadere, lasciandovi così inermi.
Questa meccanica trasforma il gameplay in una danza frenetica tra attacco e sopravvivenza. Il platforming è stato riequilibrato, i controlli resi più reattivi, e l'interfaccia migliorata. Le armi sono varie e soddisfacenti: torce, asce, giavellotti, balestre. Ogni strumento ha un peso, un ritmo, una funzione. I boss sono sfide vere, non solo per la forza ma per la gestione del tempo e dello spazio. Non basta schivare: bisogna decidere quando rischiare o quando sacrificare un colpo per guadagnare secondi di vita.
Il gioco non perdona, ma non è ingiusto. È una prova di riflessi e strategia, dove ogni errore ha conseguenze tangibili. E quando si perde un arto, non è solo una penalità: è una ferita narrativa, un segno che il tempo sta vincendo.

Pixel scolpiti come bassorilievi
Castle of Heart non cerca il fotorealismo. Cerca l'evocazione. I paesaggi slavi sono divisi in quattro macro-ambientazioni, ognuna con creature mitologiche e architetture che sembrano uscite da un manoscritto medievale. Chorts, Ghouls, Vodniks: non sono solo nemici, sono incarnazioni di un folklore che pulsa sotto la superficie.
La versione PS5 porta con sé modelli aggiornati, animazioni più fluide, illuminazione migliorata e ambienti più dettagliati. Ma ciò che colpisce è la coerenza stilistica: ogni elemento visivo sembra parte di un affresco, ogni livello una tavola illustrata. Il cavaliere pietrificato non è solo un personaggio: è una statua che si muove, un monumento che combatte.
La palette cromatica è cupa ma vibrante, con contrasti che esaltano la tensione tra vita e morte. Le rovine, i castelli, le foreste: tutto sembra sospeso tra il sogno e l'incubo. E quando il corpo di Svaran si sgretola, lo fa con una crudezza visiva che non lascia indifferenti.

Il battito della pietra
La colonna sonora è stata remixata per questa versione, e il risultato è un accompagnamento che non invade, ma sottolinea. I temi musicali oscillano tra il corale e il tribale, con accenti che richiamano la tradizione slava. Non ci sono melodie orecchiabili, ma atmosfere. Il suono è un vento che soffia tra le rovine oppure un tamburo che scandisce il tempo che scorre.
Gli effetti sonori sono precisi e incisivi. Il rumore della pietra che si frantuma, il clangore delle armi, i versi delle creature: tutto contribuisce a costruire un mondo che respira. Il doppiaggio, seppur limitato, è funzionale e ben recitato. Ma è il silenzio che spesso parla più forte: quando la salute scende e il mondo si fa ovattato, si sente il peso della maledizione.
La strada verso il Platino
Il platino di Castle of Heart si configura come una prova d'onore. Non basta completare la campagna: bisogna farlo con precisione e soprattutto con resilienza. I trofei si dividono tra progressione narrativa, sfide di combattimento e obiettivi ambientali. Questi obiettivi suggeriscono un design che premia quindi la varietà di approccio. L'uso dell'ambiente, degli effetti elementali (fuoco, ghiaccio, veleno) e delle armi a distanza è incentivato, rendendo ogni livello un laboratorio di sperimentazione.Per i cacciatori di trofei, Castle of Heart offre quindi un'esperienza gratificante e mai banale dove ogni obiettivo è pensato per valorizzare una sfaccettatura specifica del gameplay.
L'articolo Castle of Heart – Recensione proviene da PlayStationBit 5.0.
