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Drug Dealer Simulator – Recensione

Nel panorama degli indie a tema simulativo, Drug Dealer Simulator si presenta come un titolo tanto curioso quanto controverso. Sviluppato dal team polacco Byterunners Game Studio e pubblicato da Movie Games con il supporto di PlayWay, il gioco promette di calarci nei panni di un imprenditore molto particolare. Uno spacciatore deve infatti farsi strada nei bassifondi di una città degradata, affrontando la polizia, organizzando la propria rete di distribuzione e cercando di non finire in manette.



Un quartiere da incubo



La prima cosa che colpisce entrando nel mondo di Drug Dealer Simulator è l'ambientazione. Un quartiere decadente, fatto di club abbandonati, palazzi fatiscenti e graffiti a ogni angolo. L'atmosfera rimanda vagamente alle periferie post-sovietiche o ai sobborghi più malfamati di Las Vegas, con un'estetica volutamente sporca e trasandata.



Drug Dealer Simulator non costruisce una vera e propria trama, ma si affida a un contesto urbano di degrado e marginalità per dare un minimo di coerenza alle attività del giocatore. Nei panni di un aspirante spacciatore, il protagonista – senza nome né storia – arriva in un quartiere malfamato con l'obiettivo di farsi strada nel mondo della droga. Il contatto con un cartello criminale offre una guida iniziale, tramite messaggi criptati e brevi dialoghi audio, ma da lì in poi il gioco si sviluppa senza una vera progressione narrativa.



Non ci sono personaggi ricorrenti, colpi di scena o conflitti drammatici. L'intero impianto narrativo è funzionale al gameplay, e serve solo a introdurre nuove meccaniche o giustificare il passaggio da una zona all'altra della mappa.



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Un impero costruito un grammo alla volta



La struttura di gioco si basa sulla costruzione del proprio “impero” della droga. Dall'acquisto di materie prime alla gestione dei rivenditori, tutto passa attraverso un sistema di simulazione che punta a essere il più realistico (e legnoso) possibile. Le sostanze disponibili vanno dalla marijuana allo speed, passando per pillole e droghe più pesanti. Il giocatore ha il compito di tagliare, confezionare e distribuire la merce, cercando di massimizzare i profitti e aumentare il proprio prestigio nel quartiere.



A questo si aggiunge una componente gestionale piuttosto articolata, fatta di laptop criptati, rifugi da acquistare, criptovalute, dosaggi da bilanciare e clienti da fidelizzare con assaggi gratuiti. La reputazione cresce con le consegne puntuali e l'espansione del proprio raggio d'azione, mentre graffiti e piccoli favori aiutano a ottenere rispetto dalle gang locali.



Il gioco spinge a muoversi soprattutto di notte, quando la sorveglianza è più serrata ma le ricompense maggiori. Tuttavia, la tensione generata dalla polizia, che dovrebbe essere uno degli elementi chiave del gameplay, è smorzata da un'intelligenza artificiale elementare e da un sistema di stealth poco curato. I walkie-talkie dei poliziotti emettono suoni gracchianti che più che mettere ansia ricordano giochi arcade di vecchia generazione.



Il giocatore può gettare lo zaino durante le fughe per eliminare prove compromettenti e recuperarlo in un secondo momento, ma l'intero sistema di gestione dell'inventario e dell'interazione con l'ambiente risulta macchinoso e poco intuitivo.



Anche l'economia di gioco, pur essendo ben delineata, si basa su un loop ripetitivo di consegne, preparazione della merce, espansione dei laboratori e aumento della clientela. Non ci sono eventi dinamici, né una reale concorrenza da parte di bande rivali. I dialoghi pur doppiati con tono amichevole servono più da contorno che da vera narrazione, e presto lasciano spazio a una routine dove il gameplay si impantana nel grind quotidiano.



A peggiorare il tutto, ci pensano interfacce caotiche e comandi scomodi: per preparare una semplice miscela, bisogna entrare in modalità laboratorio, selezionare strumenti tramite menu a rotella, gestire ingredienti che devono trovarsi nello zaino (non nel rifugio) e passare da una modalità all'altra usando scorciatoie poco intuitive.



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Sotto effetto di bug?



Sul piano tecnico, Drug Dealer Simulator mostra tutti i limiti della sua natura indie. Graficamente il gioco è piuttosto grezzo: texture povere, modelli poligonali datati, animazioni rigide. L'impressione generale resta quella di un titolo datato. L'illuminazione dinamica cerca di compensare, regalando qualche scorcio interessante, soprattutto all'alba, ma non basta a rendere l'ambiente credibile.



Anche gli NPC sono poco convincenti: compaiono all'improvviso, si muovono in modo meccanico e restano immobili anche in situazioni surreali, come un arresto in piena vista. Le interfacce, poi, rappresentano un altro punto debole: troppo macchinose, poco intuitive, piene di menu annidati e shortcut poco pratiche. Alcune sezioni, come la gestione dei laboratori o delle postazioni di lavoro, sembrano progettate più per confondere che per agevolare il giocatore.



Sul fronte audio, il gioco sorprende invece per la colonna sonora, che mescola speedcore, drum & bass e hip hop ad altissimo BPM. Il risultato è coerente con l'atmosfera sporca e frenetica del titolo, ma il numero limitato di tracce porta presto alla ripetitività.



Il prezzo del successo



La corsa al Platino in Drug Dealer Simulator è un vero e proprio esercizio di pazienza. Per ottenere tutti i trofei, il giocatore dovrà ripetere più e più volte le stesse attività: consegne, produzione, gestione dei laboratori e tagli della merce. L'obiettivo finale è raggiungere il livello 100, costruire tutti i laboratori disponibili e accumulare una quantità considerevole di denaro.



Non ci sono sfide particolarmente ardue, ma la ripetitività dell'azione rende il percorso faticoso e poco gratificante. Chi punta al Platino dovrà rassegnarsi a un grind costante, privo di varietà e senza veri momenti di svolta.




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