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Steto96

Stilare la mia Top e Flop dell’anno è sempre una buona occasione sia per pensare ai giorni passati che a quelli che verranno. Abbiamo salutato il 2018 con grandi aspettative per quest’anno, ma ora guardando indietro è abbastanza chiaro che il 2019 è stato in grado di rispettarle per tutti quanti. È stato un anno lento per via di questo strano periodo precedente alla nuova generazione di console, e la paura è che questa stasi possa durare ancora per gran parte del 2020, nonostante i grandi titoli che ci aspettano specialmente nella prima metà di questo inizio di decade.
Durante il 2019 ho potuto recuperare alcuni dei grandi titoli degli anni passati e sono riuscito a restare in pari con alcune delle nuove uscite. Nella classifica ho considerato principalmente quelli che ho giocato, finito e poi recensito, ma ho avuto modo di divertirmi anche con molti altri titoli che per diversi motivi non sono potuti rientrare in questa categoria. Su alcuni giochi nello specifico ho riservato uno spazio in coda proprio per poterli includere in qualche modo in questa sintesi.
Per ogni gioco, ovviamente, ho voluto scrivere due righe oltre alle recensioni che ho già pubblicato anche per riassumere il perché io abbia voluto inserirlo nella mia lista. Non voglio chiamarla classifica perché non voglio in alcun modo comparare i giochi tra di loro, infatti ho voluto anche eliminare i numeri per evitare di inserire i giochi in una “posizione” specifica.
Come già accennato, la lista è semplicemente un modo per me di fare il riassunto dell’anno passato cercando anche di stimolare un bel dialogo

Top Ten

-Sniper Ghost Warrior 3: Si tende a considerare poco o per nulla quella parte di mezzo nello spettro del mercato videoludico contemporaneo, quella che sta tra i titanici Tripla A e gli Indie, quei giochi che costituivano una parte davvero importante nelle biblioteche delle console di due o tre generazioni fa. SGW3 entra nella classifica come simbolo di queste produzioni, un gioco che ha i suoi limiti, ma anche i suoi pregi, proponendo uno stealth che convince fin dal primo momento in un mondo aperto nel quale pianificare al meglio il proprio approccio all’infiltrazione e all’eliminazione dei numerosi obiettivi disponibili, con una buona varietà anche nelle attività secondarie, il tutto senza voler strafare replicando la bulimia tipica di molti titoli open world simili.

-Tales From The Borderlands: Morta Telltale si è subito dato per morto anche il genere del quale lo studio era portabandiera, un vero peccato dato che ritornare alle sue storiche produzioni è sempre una gioia. Giocare a TftB mi ha fatto capire quali siano davvero i pregi di queste storie interattive delle quali vorrei vedere non solo un ritorno, ma anche un’evoluzione: sono sicuro che quello raggiunto da Telltale non fosse il vero apice di questa tipologia di giochi e che si possa fare molto, molto di più. Spero che lo studio, ora rinato, possa riprendere da dove aveva lasciato superandosi: per quanto luminosi siano i riflettori puntati su di esso, non si possono nascondere alcune ombre rimaste dietro questa rifondazione.

-Final Fantasy XV Royal Edition: Mi guardo indietro e penso ancora a questo povero FFXV, che con tutti i suoi difetti mi ha comunque fatto provare molte emozioni. Rimane quel terribile gusto amaro, quello di un gioco che ha superato una terribile tempesta durante lo sviluppo, salvandosi infine, ma con le vele ridotte a poche strisce di tessuto e lo scafo che imbarca acqua da tutte le parti. Capisco molto bene chi non lo ha apprezzato, ma non riesco a bocciare questo gioco, ne vedo bene i suoi difetti, eppure non riesco a dimenticare i suoi tanti pregi e le sue bellezze.

-Donut County: L’universo Indie continua a riconfermarsi come la culla di titoli innovativi, creativi, pronti a sperimentare. DC lo sa e consegna nelle mani del giocatore un’esperienza breve ma freschissima, ambientata in un mondo bizzarro come i personaggi che lo abitano e come il suo assuefacente gameplay. È un gioco che si divora tanto rapidamente quanto il buco che andiamo a controllare divora piante, mobili, persone e case intere man mano che si procede attraverso la divertente e ben scritta storia del procione TK e dei suoi improbabili amici.

-Marvel’s Spider-Man: MSM non fa nulla di nuovo, ma migliora esponenzialmente le basi sulle quali poggia proponendo anche una trama scritta con maestria che non può che essere apprezzata sia dai neofiti sia dai fan dell’amichevole Uomo Ragno di quartiere. Così si volteggia tra i grattacieli di una bellissima New York godendosi ogni secondo in volo prima di affrontare un velocissimo e coreografico combattimento. Non si controlla Spider-Man: si è Spider-Man.

-Borderlands 3: Sono sincero, ho meditato a lungo prima di inserire il gioco in lista. Dopo aver atteso così a lungo le aspettative altissime mi hanno fregato, ma è innegabile che io mi sia divertito dall’inizio fino alla fine del gioco e anche oltre. BL3 è semplicemente altro Borderlands e non aspettavo altro, così come non aspetto altro che le prossime espansioni e aggiunte. Quello che già c’è un ottimo seguito sempre divertente da giocare, più colorato che mai e anche più rumoroso di prima.

-Untitled Goose Game: Il periodo di proliferazione dei simulator ci ha insegnato che non basta avere una idea stravagante per poter fare un gioco memorabile, serve anche … il gioco. UGG si presenta come un titolo leggero con il quale farsi due risate per poi rivelarsi una vera perla di game design dall’inizio fino all’iperbolica conclusione. Non ci sono scuse per non prenderlo in mano all’istante e starnazzare subito di gioia.

-9 Hours 9 Persons 9 Doors: Chi si aspettava che nel 2019 avrei ripreso in mano il mio vecchio DS per giocare a un titolo di dieci anni fa? Eppure ecco qui il gioco che più ho amato tra tutti quelli in lista, una visual novel stupenda che non ha fatto altro che schiaffeggiarmi con tutti i suoi interrogativi fino a distruggermi con le rispettive risposte. 999 è un gigantesco rompicapo narrativo troppo affascinante per essere mollato anche solo per un secondo, e infatti si lascia leggere e giocare con enorme piacere. Abbandonate i pregiudizi sul genere e fatevi il regalo di giocare a questo capolavoro.

-Judgment: Kamurocho ormai è la mia casa, e ad ogni ritorno nel quartiere non posso che sentirmi bene. Judgment è a tutti gli effetti uno Yakuza e va bene così per chi come me ama alla follia la serie. La trama lascia spazio a una storia che, oltre alle grandi cospirazioni, offre come sempre un cast di personaggi da amare alla follia, da odiare con ardore, da stimare con forza. È una storia più intima, ma non per questo meno avvincente. Come sempre, vivere Kamurocho rimane un piacere, tra una ottima scazzottata e l’altra. Ogni anno, sempre di più, sembra avvicinarsi il momento in cui la serie esploderà definitivamente in occidente.

-Control: Non esistono tanti giochi come Control, forse non ne esistono e basta. È un gioco che nessuno si aspetta di vedere arrivare nel panorama contemporaneo, eppure arriva e colpisce forte. Non c’è nulla fuori posto in Control: un’ambientazione così mondana e allo stesso tempo affascinante e misteriosa, una trama tinta di misteri soprannaturali scritta con sapienza, un gameplay d’impatto, massiccio, coinvolgente. Dopo Control non ci sono scuse per non volere altri dieci, cento Control.

Flop Five

-Homefront: The Revolution: Qui si spara sulla Croce Rossa, dato che solo un cieco potrebbe difendere questo abominio. Un gioco sbagliato fin dalla base, senza nessun pregio e pieno soltanto di difetti: povero tecnicamente, con una trama inutile e pessima e un gameplay molto più che ripetitivo, H:tR mi ricorda ogni giorno di quanto sono bravo a buttare tempo su giochi terribili.

-Just Cause 3: Just Cause 2 era un gioco caciarone che sapeva di esserlo e ne andava fiero, Just Cause 3 rovina i bei ricordi del capitolo precedente cercando di sbarazzarsi della sua natura, la stessa natura che aveva reso la seconda iterazione della serie un pilastro del suo genere. All’improvviso troviamo un JC che cerca di comportarsi da ragazzo serio e adulto fallendo miseramente: c’è troppa enfasi su una trama che non può essere presa sul serio, troppa ripetitività nelle ambientazioni e nelle attività, e soprattutto troppe poche esplosioni e troppa poca distruzione degne della serie.

-Cat Quest: Con Cat Quest se ne sono andate tante ore che avrei preferito spendere meglio con la mia Switch, tanto più che il gioco non mi è piaciuto sotto nessun aspetto oltre a quello estetico. La ripetitività è di casa e ha radici profonde fino ad avviluppare anche il gameplay. Per gli standard del genere dieci ore sembrano poche, per me sono state davvero troppe.

-Mana Spark: Sembra quasi che all’improvviso tutti sappiano fare un roguelike, finché non ti accorgi che nessuno sa fare un roguelike, o meglio che nessuno abbia capito cosa rende speciale i grandi nomi del genere. Mana Spark cerca di nascondere la scarsità nei contenuti e nelle meccaniche sotto un livello di difficoltà ai limiti dell’ingiusto e dell’artificialità. Arrivare fino in fondo è un calvario che dona poche gioie e perdere durante una run è una sconfitta per il gioco più che per il giocatore.

-Doom VFR: Ho giocato una buona quantità di titoli per la periferica Sony e purtroppo il bilancio finale non è così positivo come vorrei. Mi sono divertito? Certo, in più di un’occasione, ma in fin dei conti nessuna esperienza mi ha tenuto incollato più di un’oretta e non per colpa del motion sickness. Manca ancora quel titolo che mi invogli a trascorrere molto più tempo con il visore in testa, e sicuramente ci sono tanti giochi validi che devo ancora scoprire. Spero fortemente in un 2020 più prodigo di esperienze virtuali meritevoli.

Coda

-Hitman 2: La quantità di contenuti per il gioco è cresciuta considerevolmente durante il primo anno di vita di questo seguito, cosa che non permette di stabilire veramente cosa vuol dire finire Hitman 2. C’è davvero tanto ancora per me da giocare, tra escalation, contratti aggiuntivi, nuove mappe e nuove sfide. È un peccato che per molti mesi dopo il lancio ci siano stati moltissimi problemi tecnici per le versioni rimasterizzate dei contenuti del primo episodio ed è un peccato che alcuni lati del supporto post-lancio non siano stati così brillanti, in primis il riciclo degli Elusive Targets del precedente titolo, in seguito la decisione di abbandonare l’uscita di nuovi contenuti annunciata recentemente.

-Apex Legends: Uno dei pochi giochi multigiocatore che mi siano mai piaciuti e l’unico Battle Royale che io abbia giocato, ho giocato ad Apex Legends per buona parte della sua prima stagione, salvo poi lasciarlo poco dopo l’inizio della seconda. Il motivo? Era talmente divertente da farmi ignorare qualsiasi altro gioco nel frattempo, anche se ad un certo punto ho sentito comunque l’impulso di lasciarlo andare per concentrarmi su altro. Rimane sempre e comunque quella voglia di installarlo di nuovo e di buttarmi in una nuova partita.

-Crash Team Racing Nitro Fueled: Sono convinto che se avessi continuato a giocare a CTR sarebbe sicuramente entrato nella mia lista, ma avrebbe avuto un posto nella Flop Five. Il motivo non è il gioco in sé, non c’è bisogno di tirare fuori il solito scontro tra idraulici e bandicoot. Il motivo per cui non ho apprezzato il gioco è il trattamento predatorio ricevuto da parte di Activision, che a un mese dal lancio ha subito introdotto i grindosissimi Gran Prix in tandem con il sistema di microtransazioni, il tutto senza premurarsi di sistemare i mille difetti che affliggono le gare online. Ho provato a partecipare attivamente ai Gran Prix, ma è stato presto chiaro che c’era più fatica che divertimento nelle mie azioni e ho deciso di disinstallare il gioco, una decisione sofferta che ora vedo come un gran sollievo.

Steto96

ha scritto una recensione su Untitled Goose Game

Cover Untitled Goose Game per Nintendo Switch

Il Gioco dell'Oca

Ho voluto concludere questo anno di videogiochi riprendendo in mano uno dei giochi che più ho apprezzato in questo 2019, ovvero Untitled Goose Game. Riviverlo di nuovo da capo è stata una scelta decisamente azzeccata che mi ha permesso di capire cosa rende davvero speciale questo piccolo indie. Alcuni potrebbero dire che non c’è chissà quale gran segreto dietro al suo successo: in pochi si rifiuterebbero di guidare un’oca malvagia lungo un percorso di distruzione per le strade di un villaggio rurale inglese, ma se fosse stato solo questo il motivo della sua popolarità allora gli sviluppatori avrebbero potuto creare un sandbox con dentro l’ormai celebre oca senza fornire nessuno scopo al giocatore.
Essenzialmente, UGG è un particolare puzzle game che ci chiede di completare una serie di obiettivi il cui scopo è quello di rovinare la giornata agli abitanti del pittoresco paesello di cui sopra, tra occhiali da rubare, vasi da distruggere e giardini da deturpare. Il villaggio è suddiviso in alcune aree collegate tra di loro a formare un’unica mappa che, almeno per la prima volta, saremo chiamati ad esplorare in un certo ordine, cercando di spuntare dalla nostra lista di malefatte il maggior numero di cattive azioni prima di poter avanzare oltre. Molti giocatori hanno anche associato il gioco a uno stealth, ed è vero che molti degli obiettivi si possono completare al meglio cercando di stare lontani dagli occhi degli infastiditi autoctoni britannici, ma il titolo non prevede nessun game over ed essere sorpresi con il becco nel sacco mentre si ruba qualcosa non penalizza mai così tanto il giocatore, piuttosto può soltanto creare delle divertenti scene di inseguimento tra gli abitanti del posto e la nostra oca diabolica.
UGG mi ha stupito e divertito più volte dal primo all’ultimo starnazzo. Le sfide proposte dal gioco non sono nulla di impossibile, ma riuscire a trovare la soluzione giusta per mettere in moto la macchina caotica del gioco è davvero appagante. Le aree di gioco chiedono di essere esplorate, pure nella loro ridotta dimensione, in modo da poter studiare tutti gli oggetti presenti e le interazioni che se ne possono avere. C’è un notevole lavoro di level e game design che rende ogni malefatta così soddisfacente da creare prima di assistere ai suoi effetti. Poi si arriva allo scenario finale e … anche solo accennare alla sua grandezza in termini di genialità è rovinare la sorpresa.
La grafica colorata e minimalista fa il paio con una colonna sonora dinamica altrettanto minimalista, con un pianoforte che sottolinea l’azione del gioco con poche note nelle situazioni più calme per poi esplodere nei momenti più concitati.
Sono necessarie due orette circa di gioco per raggiungere i titoli di coda e sbloccare una nuova lista di obiettivi che fa lievitare di poco la longevità, inoltre il livello di rigiocabilità è quasi pari allo zero. Certamente la brevità dell’esperienza può essere un deterrente per alcuni, ma la qualità di quella stessa esperienza dovrebbe invece convincere anche gli indecisi. L’unico difetto reale del gioco è legato ai controlli: ogni tanto sterzare la nostra oca, specialmente in corsa, è molto più facile a dirsi che a farsi.
Untitled Goose Game riesce a essere un gioco ancora più grande della già enorme fama che si è conquistato dall’uscita del gioco, nonostante la breve durata. Un gioco divertente non solo per via della sua premessa, ma soprattutto perché è stato costruito con cura e con sapienza.

Steto96

ha scritto una recensione su Cat Quest

Cover Cat Quest per Nintendo Switch

Gatta Morta ... di Noia

Prendiamo la cucina come metafora del giocare. Ci si siede al tavolo di un ristorante per godersi una serie di deliziosi piatti, e dopo una portata particolarmente saporita si ricorre al sorbetto di rito per ripulire il palato prima di continuare, e capita anche quando si gioca: tra un titolo corposo e l’altro sento spesso il bisogno di iniziare qualcosa di più leggero prima di passare oltre.
Con questa mentalità ho avviato Cat Quest su Switch, ma le cose sono andate diversamente da come mi sarei aspettato.
Cat Quest è un ARPG-lite nel quale impersoneremo un gatto avventuriero alla ricerca della sorella rapita da un nemico tanto misterioso quanto potente. Accompagnato da uno spirito-guida, il nostro gatto altri non è che l’ultimo discendente di una stirpe di gatti cacciatori di draghi, e coincidenza vuole che improvvisamente ci sia una gran quantità di draghi da cacciare. Ovviamente la storia non si prende troppo sul serio e prende molto più di uno spunto da tanti titoli celebri, come Skyrim e Zelda, il tutto in salsa felina. La trama è davvero scarna e non riesce a farsi ricordare dal giocatore, concludendosi anche con un poco simpatico to be continued, un ultimo schiaffo dato ai pochi arrivati fino a questo punto con la speranza di un finale soddisfacente.
Siamo quindi chiamati a condurre il nostro micio guerriero attraverso il colorato mondo di gioco, completando una gran quantità di missioni per poter diventare sempre più potenti in vista dello scontro finale. Non mancano nemmeno le quest secondarie e dungeon da ripulire, ma non sempre la quantità è sinonimo di qualità.
In primis il combat system è davvero molto semplicistico: un solo pulsante per attaccare, uno per rotolare via dagli attacchi nemici e i dorsali ai quali assegnare una serie di magie assai utili. Purtroppo combattere è a tutti gli effetti l’unica, vera attività del gioco: le missioni principali e secondarie si accontentano di farci raggiungere un segnalino sulla mappa per poi farci scontrare con un gruppetto di mostri presi da un bestiario nemmeno così vasto e variegato. Anche i dungeon che costellano la mappa non sono altro che semplici arene ripiene di mostri da eliminare dal primo all’ultimo. Il gioco diventa ripetitivo e privo di mordente già nelle prime ore e la situazione non migliora con il tempo.
Completando missioni ed eliminando mostri si guadagnano monete e punti esperienza. Le monete servono per acquistare e potenziare magie ed equipaggiamenti, e su questi ultimi devo spendere qualche parola in più. È possibile equipaggiare un’arma, un’armatura e un elmo ognuno con determinate statistiche, tra attacco, difesa e magia. Per ottenere nuovi pezzi è necessario completare missioni, aprire scrigni nei dungeon oppure acquistare quegli stessi scrigni presso un fabbro nella mappa di gioco. Gli scrigni però sono randomizzati e quindi non c’è un modo per potenziare come si desidera i propri pezzi di equipaggiamento preferiti trovando man mano i doppioni di quello stesso pezzo. È anche vero che seguire la storia permette di accumulare ben presto delle armi e delle armature talmente potenti e sbilanciate da non incentivare la ricerca di un loro sostituto.
Il sistema di progressione, con tanto di punti esperienza, livelli e bonus alle statistiche, non soddisfa interamente, lasciando più l’impressione che gli sviluppatori abbiano preferito rallentare il giocatore per annacquare l’esperienza e non proporre un sistema da RPG semplificato.
L’unico pregio del gioco è la presentazione grafica dal design semplice ma grazioso, mentre la colonna sonora è monotona e poco ispirata.
Ho iniziato Cat Quest sperando di giocare a un titolo leggero ma divertente per staccare un po’ da titoli più corposi, ma mi sono ritrovato a ritornare sui miei passi schiacciato da un gioco fin troppo ripetitivo e con pochi spunti che mitigassero l’eccessiva semplicità del tutto.

Steto96

ha scritto una recensione su Marvel’s Spider-Man

Cover Marvel’s Spider-Man per PS4

Does what every Batman can (but better)

All’uscita di Batman: Arkham Asylum nessuno si aspettava che il gioco sarebbe diventato una enorme fonte di ispirazione per moltissimi altri titoli a seguire. In tanti hanno seguito l’esempio di questa serie traendone esempio, basti solo pensare a quei titoli che hanno adottato, talvolta modificandolo, altre volte copiandolo completamente, l’iconico combat system “à la Batman”, titoli del calibro di Sleeping Dogs nel primo caso e Shadow of Mordor nel secondo. La serie di Arkham ha anche dimostrato che i giochi su licenza basati sui super-eroi sono ancora possibili, dopo anni di titoli dalla qualità altalenante, se non proprio tendente al negativo.
Dire che Marvel’s Spider-Man non peschi a piene mani dalla formula ormai collaudata da Rocksteady sarebbe mentire, dato che lo scheletro del gioco è lo stesso, anche se il corpo attorno è ben diverso del gioco dell’Uomo Pipistrello. Anzi, mi sento di dire che la creatura di Insomniac è, sotto molti punti di vista, migliore del gioco da cui prende ispirazione.
A conti fatti, a rendere speciale MSM è la cura che è stata riposta nel raccontare una storia che non sfigurerebbe in un albo a fumetti o come cinecomics sul grande schermo. Gli sceneggiatori di Insomniac hanno dato vita a una nuova versione dell’arrampicamuri allo stesso tempo riconoscibile e ben inquadrata nel suo canone pur operando alcuni piccoli cambi per scrivere una storia fresca e sulla quale poter continuare a costruire ancora in futuro. Impersoniamo quindi un Peter Parker con ben otto anni di carriera super-eroistica alle spalle, ma sempre alle prese con la vita di tutti i giorni, sempre diviso tra crimini da sventare e un lavoro da portare avanti. A rendere speciale il tutto non sono tanto le acrobazie compiute nei panni dell’Uomo Ragno, quanto quei momenti in cui la calzamaglia viene messa da parte in favore di una semplice camicia a quadri o di un camice da laboratorio. Cosa rende Spider-Man così vicino a tutti noi è proprio la sua vita privata così vicina a noi “semplici mortali” e il gioco ci ricorda sempre cosa c’è dietro la maschera. Ci vuole qualche oretta prima che il conflitto esploda apertamente, ma dopo quel momento è tutta una corsa verso un finale davvero emozionante, merito anche di un cast davvero eccezionali di ottimi doppiatori, almeno per quanto riguarda le versione in inglese.
Come già detto il gameplay ricalca quello della serie Arkham con una mappa aperta piena di attività, combattimenti contro numerosi nemici e sezioni stealth, ovviamente adattate al super-eroe del titolo, ben più agile rispetto al massiccio Batman.
Così i combattimenti riprendono le basi che tutti conoscono, con attacchi, schivate, contrattacchi e gadget proponendoli in una salsa più libera e agile rispetto alla controparte DC. Il risultato è un sistema molto più agile, arricchito dalla possibilità di portare il conflitto in volo, di poter passare rapidamente da un nemico all’altro con la semplice pressione di un tasto, di poter sfoderare uno tra otto strumenti ben diversificati ed estremamente utili, di poter eseguire schivate precise che permettono di gestire al meglio la folla di nemici che spesso si raduna attorno al nostro alter ego. All’inizio la gran quantità di possibili approcci e mosse può stordire chiunque e ci vogliono molti combattimenti prima di riuscire a concatenare al volo attacchi, schivate e salti senza essere colpiti. Le tipologie di nemici sono anche molto varie, tra sgherri comuni, soldati muniti di armi da fuoco oppure contundenti, enormi bruti e così via. Non mancano nemmeno le boss fight, niente di troppo trascendentale a livello di gameplay ma la spettacolarità che accompagna ogni scontro è elevata al quadrato in queste particolari occasioni.
In più di un’occasione è possibile eliminare la minaccia agendo nell’ombra: le sezioni stealth in MSM sono altrettanto agili e permettono ai più meticolosi di ripulire una stanza in poche mosse senza mai farsi scoprire. Per chi non ha amato doversi muovere nell’ombra con Batman, farlo nei panni di Spider-Man potrebbe essere una rivelazione. In più di un’occasione vestiremo i panni di altri personaggi, tra i quali Mary Jane, in sezioni stealth più classiche nelle quali non dovremmo farci scoprire. Sono sezioni non così difficili che però sono necessarie a spezzare di tanto in tanto l’azione frenetica dei combattimenti e danno un buon ritmo alla vicenda.
Muoversi attraverso la New York del gioco è una gioia per tutti i sensi. Il feeling che si ha una volta presa la mano con le ragnatele è impareggiabile, il mondo è coloratissimo e verosimile, punteggiato di grandi e piccoli rimandi al mondo Marvel. Così, tra una dondolata e l’altra, si passa da Central Park alla Avenger’s Tower per poi finire davanti al Sancta Sanctorum o all’ambasciata di Wakanda, il tutto mentre in sottofondo suona una colonna sonora molto più che azzeccata.
La quantità di attività secondarie è impressionante sia in quantità che in varietà, tra mini-giochi, crimini da sventare, collezionabili, basi da liberare, sfide di vario genere, side quest e così via. Certamente, il rischio di sentire la ripetitività è dietro l’angolo, ma completare queste attività non è fine a se stesso: con i token così sbloccati è possibile potenziare i propri gadget e sbloccare nuove tute in una collezione che comprende praticamente ogni iterazione del costume di Spider-Man. Come se questo non bastasse, molte delle tute sbloccano un potere specifico utile in combattimento. Vi piace una certa tuta, ma preferite il potere di un’altra? Il gioco permette di mescolare le due cose, aggiungendo anche un’altra serie di perk passivi tra cui scegliere al volo. Tutto questo senza contare la miriade di nuove mosse e abilità che è possibile sbloccare guadagnando punti esperienza e salendo di livello.
Dopo aver concluso la campagna principale mi sono dedicato ai tre capitoli aggiuntivi disponibili al download. Nonostante la suddivisione, i tre contenuti fanno in realtà parte di un unicum e andrebbero quindi giocati assieme, uno dopo l’altro, per apprezzare la vicenda nella sua interezza. Per quanto ben scritta, la storia di questi tre DLC non raggiunge i livelli visti nel gioco principale, pur presentando un’ottima esplorazione dei personaggi già conosciuti in precedenza e nuovi graditi volti, amici e nemici. Le missioni principali offrono una buona varietà nell’azione, mentre le attività secondarie non si discostano molto da quelle già viste, anche se per fortuna non è stato operato un semplice copia-incolla.
Marvel’s Spider-Man non è un gioco che punta ad essere innovativo, ma non per questo è un pessimo titolo. Non solo migliora in tutto e per tutto la formula tipica dei giochi da cui prende ispirazione, ma regala un’ottima esperienza divertente dall’inizio alla fine. Insomniac ha omaggiato nel migliore dei modi possibili l’amichevole Spider-Man di quartiere, con un titolo che permette a tutti di controllare l’eroe. Di essere l’eroe, con tutti i suoi poteri e con tutta la sua umanità.

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