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Haurlim

Per chi ha il gamepass, giocatelo dato che a breve dovrebbero toglierlo dal pass ed è anche molto leggero avendo un impostazione statica su tre scene, simil teatro. È un avventura grafica in cui bisogna impersonare un astrologo nella Londra del 1590. Dovremo "curare" i nostri pazienti attraverso la lettura delle stelle, facendo delle scelte che influenzeranno loro e noi.

Il gioco, oltre ad essere molto bello da un punto di vista narrativo, oltre ad avere delle musiche introduttive molto belle é anche rivoluzionario sotto l'aspetto della divulgazione scientifica. Difatti, è un simil documentario sulla vita di Simon Forman. Ma non un documentario qualunque, Astrologaster fa uso della collaborazione e della ricerca di Lauren Kassel. E anzi, è una trasposizione videoludica di tale ricerca e un modo alternativo di fare divulgazione scientifica.

Steto96

I giochi del mio 2020

Aspetto sempre con curiosità la fine dell’anno per le immancabili top e flop, un po’ per scoprire qualche titolo che mi è sfuggito e leggere interessanti opinioni, un po’ per fare il punto della situazione e ripensare ai giochi che mi hanno tenuto compagnia negli scorsi mesi. L’anno è iniziato con l’arrivo in casa di un ottimo PC con il quale recuperare tutto il buono che questo mondo ha da offrire e duplicare in pochi mesi il backlog.
Ho avuto modo di giocare a moltissimi titoli quest’anno, anche se non tutti approfonditamente come avrei preferito. Come sempre, mi sono limitato a fare critica per quei giochi che ho potuto esplorare e analizzare fino in fondo, ma a differenza della volta scorsa ho preferito mettere in lista anche alcune esperienze delle quali ancora non ho avuto modo di parlare o delle quali non ho voluto scrivere. Cambia anche il formato: visto che l’idea di fare classifiche non mi è mai piaciuta, ha questo giro ho deciso di farmi i miei award personalizzati, con meno titoli del solito per dare spazio a quelli che veramente si distinguono tra tutti. Spero di poter leggere le vostre idee qui sotto e trovare nei commenti i vostri premi dell’anno.

Premio “Gateway Drug” – Slay the Spire

Così come The Binding of Isaac mi ha spinto verso l’assuefazione ai roguelike, così Slay the Spire mi ha fatto cadere nella trappola del Deckbuilding. Sempre di roguelike si parla, ma dopo i numerosi epigoni di Isaac questa ventata d’aria fresca è quello che ci voleva per tornare al caro un’altra-partita-e-poi-smetto. Bastano pochi minuti per imparare le basi di Slay the Spire e ne bastano ancora meno per condannare un’intera partita, ma servono ore e ore per poter vedere anche solo un quarto di ciò che il gioco ha da offrire e per ottenere la prima, sudata vittoria. È un gioco brutale, ma mai ingiusto nonostante l’RNG la faccia da padrona come in gran parte dei roguelike, e mi ha spinto a provare altri fantastici titoli deckbuilding, tra i quali Dicey Dungeons e Frost, tutti quanti altrettanto innovativi e divertenti.

Premio “Non lo gioco perché non c’è l’italiano” – Astrologaster

Io stesso sono stupito da quanto Astrologaster mi abbia catturato vista la mia poca simpatia per gran parte delle avventure narrative. Dietro a una presentazione grafica abbastanza minimale c’è un copione divinamente scritto e altrettanto divinamente recitato, pieno di umorismo ma anche di sentimento in un mix di scienza e storia. Per la prima volta mi sono trovato a pensare ad ogni mia scelta e non solo per timore delle possibili conseguenze. Purtroppo, per quanto possa gridare il mio amore per Astrologaster, la mancanza della lingua italiana farà sì che quasi nessuno si avvicinerà a questa vero e proprio capolavoro del genere.

Premio “Aiuto, non mi sento più le mani!” – Blood and Truth

Dico con orgoglio di annoverare Blood and Truth tra le grandi esclusive di casa Sony al pari delle importanti uscite degli scorsi anni. La realtà virtuale targata PlayStation è sicuramente la più debole tra quelle presenti sul mercato e non è riuscita ad attirare le attenzioni del grande pubblico e degli sviluppatori: le limitazioni hardware si fanno sentire e la piattaforma non ospita un buon numero di titoli veramente imperdibili, ma le perle non mancano e Blood and Truth è una di queste. Un’avventura che non rivoluziona il mondo della VR, ma regala tanti bei momenti da blockbuster d’azione in prima persona. La mancanza di contenuti di cui soffriva il gioco al lancio è stata ovviata con una serie di aggiornamenti di spessore che hanno portato una lunga lista di attività secondarie con le quali divertirsi una volta finita la campagna principale e il gioco è ora un must buy per i possessori di PSVR.

Premio “Avrei potuto imparare a suonare uno strumento” – Animal Crossing New Horizons

Non ho ancora recensito Animal Crossing New Horizons: preferisco aspettare l’anniversario dell’uscita, che dovrebbe coincidere con la fine della prima fase di supporto post-lancio, prima di provare a tirare le somme, ma dopo aver bruciato più di settecento ore dalla sua uscita non credo che avrei mai potuto escluderlo dalla lista. New Horizons è un ottimo gioco, ma mi viene difficile considerarlo il migliore della serie. Le novità sono tante e di spessore, in primis la possibilità di modificare la propria isola in più di un modo, ma alcune mancanze pesano davvero tanto sull’esperienza di gioco. Alcune sono state risolte dai numerosissimi aggiornamenti, i quali hanno anche aggiunto una imponente quantità di contenuti, ma in alcuni frangenti ACNH lotta contro il giocatore proponendo meccaniche abbastanza farraginose, senza contare l’assoluta povertà di dialoghi con gli abitanti dell’isola. Data la qualità degli aggiornamenti di cui sopra mi è permesso sperare che qualcosa possa cambiare in futuro, per il momento le ore continuano a salire giorno dopo giorno.

Premio “Non ti scordar di me” – The Last Of Us Part II

Non credo che riuscirò mai a dimenticare The Last Of Us Part II. Ancora oggi, sei mesi dopo aver visto i titoli di coda, ripenso spesso a quello che è e che è stato questo gioco, anche con una certa dose di dispiacere per l’ambiente che gli si è creato attorno e che non ha permesso di costruirci sopra un buon discorso del quale io ho davvero bisogno. The Last Of Us Part II non è perfetto, nulla lo è. È incredibilmente potente in un modo che faccio fatica a descrivere e contemporaneamente avrei migliaia di parole da dire e temo che il tempo per poterne parlare sia ormai passato e lo si è impiegato nel peggiore dei modi.

Premio “Prendi ‘sti soldi e comprati un gelato” – Genshin Impact

Fino al giorno prima dell’uscita manco sapevo che Genshin Impact fosse un free to play e lo avrei preso anche al Day One. L’ho scaricato, l’ho provato e ancora dopo qualche ora non riuscivo a credere che Genshin Impact fosse un f2p. Di giochi simili per smartphone ne ho provati una manciata e ne sono uscito sempre dopo pochi minuti senza capire come facessero a spillare miliardi su miliardi a gente da tutto il mondo. Forse non proprio simili, perché Genshin Impact è comunque un ottimo arpg con una marea di contenuti, in continua espansione come solito nel settore, e un battle system davvero niente male. Io, che non ho mai speso per una microtransazione che fosse una, ho giustamente pensato che avrei anche speso per il gioco al lancio e quindi avrei potuto anche lasciare un obolo. Due volte. Per il battle pass però, perché non sono un ludopatico.

Premio “Perché gli indie lo fanno meglio” – Katana Zero

Compri un gioco per riempire il buco lasciato da Hotline Miami e ti ritrovi con un giocone che, con tutto l’amore che provo per HM, riesce a superarlo di diverse spanne. Katana Zero fa solo due cose e le fa fottutamente bene: racconta una storia dalla premessa brillante e dagli sviluppi fuori di testa, senza mai abbassare il tiro e costruendo un enorme crescendo verso un climax di rara, prepotenze bellezza, il tutto supportato da un gameplay frenetico, preciso, approfondito livello dopo livello e sempre fresco. Condiamo il tutto con una soundtrack da lode e bacio academico e ci sono tutte le ragioni per smettere di far finta che questo gioco non esista.

Premio “Puoi aggiustarlo, sì con Bob!” – Fallout 76

Mettiamo subito in chiaro che Bethesda non ha mai e poi mai fatto un Fallout. Interplay ha fatto dei Fallout. Obsidian ha fatto Fallout. InXile ha fatto dei Fallout migliori di Bethesda (andate subito a recuperare Wasteland). Tutto il resto è una serie di strani spin-off, e una volta fatta pace con questa enorme verità Fallout 76 rimane comunque un gioco pensato male ed eseguito peggio. Non posso pretendere di sapere quanto fosse rotto al lancio al di là delle compilation di bug e glitch che hanno circolato per mesi, ora come ora il gioco è giocabile tanto quanto un classico titolo di casa Bethesda, ovvero sempre con un’incredibile quantità di scivoloni tecnici che nella maggior parte dei casi ti fa ridere sotto i baffi per qualche secondo anziché farti bestemmiare dopo aver rotto in modo permanente il gioco. Gli enormi aggiornamenti degli scorsi anni hanno portato moltissimi contenuti sul tavolo, con questline, eventi, nuovi oggetti per l’housing e così via, rimane il fatto che l’adattamento delle meccaniche di Fallout 4 è a dir poco atroce senza contare le “obsolescenze programmate” di Bethesda per spingere all’uso di microtransazioni.
In un mese ho raggiunto le cento ore su Fallout 76.
Non si può negare quella magia da classico gioco Bethesda, quella che ti spinge a esplorare e vivere nel mondo nonostante tutto, quella che ti dà così tanta soddisfazione quando costruisci per la prima volta la tua casa prima di partire per l’avventura successiva, quell’intimità nel trovare piccole storie raccontate anche senza nessuna parola. Per quanto rotta, continuo a ritornare nell’Appalachia di Fallout 76 e ci sto bene.

Steto96

ha scritto una recensione su The Shapeshifting Detective

Cover The Shapeshifting Detective per PS4

Cambia la forma, non la sostanza

Davanti alla sigla FMV solitamente le reazioni sono due: uno sguardo interrogativo da coloro che non ne hanno mai sentito parlare e un misto di nostalgia e ilarità da chi invece l’epoca d’oro dei Full Motion Videogames l’ha vissuta in un modo o nell’altro. Attori alle prime armi, set dismessi, dialoghi imbarazzanti e palesi green screen ora vivono nella memoria di chi, durante gli anni ’90, ha assistito all’esplosione e alla morte di un genere che ha saputo regalare alcuni cult classic e una marea di epigoni non altrettanto fortunati.
Dalle ceneri di quel periodo si è riaccesa una timida fiammella e negli scorsi anni alcuni giochi FMV hanno cominciato ad apparire sulle varie piattaforme. Lo sviluppatore D’Avekki Studios ha colto la palla al balzo, sfruttando la propria esperienza nel campo delle cene-con-delitto per confezionare giochi FMV di alta qualità, con tanto di attori professionisti, copioni ben scritti e set curati.
Il loro The Shapeshifting Detective ci mette nei panni di un investigatore privato alle prese con l’assassinio della musicista Dorota Shaw. Il capo della polizia della cittadina di August, nella quale si è consumato il crimine, sospetta dei tre misteriosi cartomanti che avrebbero predetto la morte della giovane la notte precedente, ma è presto evidente che non tutto è come appare.
A dire il vero, i primi interrogativi arrivano già alla fine dei titoli di testa: il protagonista è convocato dal misterioso Mister X, il quale ci assegna la nostra identità, Sam, e ci incarica di risolvere l’omicidio collaborando con la polizia locale. Il nostro Sam, del quale non si conoscono voce, aspetto o genere, è un mutaforma capace di assumere l’aspetto di qualsiasi persona incontrata in precedenze. Chiaramente sarà di vitale importanza mantenere questo segreto durante le nostre indagini, utilizzando al contempo questa abilità per risolvere il caso.
La capacità di mutare nei vari personaggi incontrati durante l’avventura è una meccanica davvero interessante, utile sia per estorcere informazioni da un sospettato reticente che per causare un po’ di caos tra le varie parti in gioco. Per quanto stimolante, dopo qualche run diventa presto chiaro che questa feature non è stata pensata a fondo. Durante il normale svolgersi delle indagini i momenti in cui è necessario trasformarsi per proseguire sono quasi telegrafati e poco approfonditi, e le ulteriori possibilità di interazione non vanno oltre alla semplice creazione di situazioni scomode con tanto di siparietto che poco o nulla serve ad approfondire gli eventi della storia.
Il gioco ci chiede di parlare con i vari abitanti e ospiti della cittadina di August per scoprire l’assassino di Dorota e fermarlo una volta per tutte. Ciò si tramuta in una serie di interrogatori con varie scelte multiple da selezionare per trovare un nuovo indizio o una nuova pista da seguire. Anche in questo caso ho trovato la selezione dei dialoghi abbastanza deludente: run dopo run mi sono impegnato per cercare di percorrere quanti più percorsi alternativi diversi, ma anche in questo caso è stato presto chiaro che poco cambia tra una scelta e l’altra. Anche l’avvertimento di Mister X sul non rivelare la propria natura diventa presto poco rilevante una volta scelta l’opzione sbagliata per poi scoprire che tutto ciò non ha nessun impatto sulla storia.
Sono tutti difetti che vanno ad affondare un gioco altrimenti davvero ben prodotto. Il gioco è ben scritto e recitato anche meglio da ottimi attori, capaci di infondere vita a ciascun personaggio. Una regia minimalista è accompagnata da una fotografia intrigante nella scelta di colori scena per scena. La vicenda è fin da subito molto interessante, con un intreccio di giallo e paranormale capace di attirare l’attenzione fin dalle prime battute e di costruire sopra queste fondamenta un castello di aspettative e misteri. Peccato che il finale faccia crollare il tutto con una risoluzione abbastanza confusa, frutto anche della scelta di randomizzare l’identità del colpevole ad ogni run, un’idea che altrimenti avrei trovato molto interessante, ma che in questo caso risulta solo un incentivo per rigiocare l’avventura. La durata di una partita può aggirarsi attorno alle due-tre ore, anche meno una volta completata per la prima volta la storia e acquisita la possibilità di saltare i dialoghi già letti in precedenza, mentre i crash costanti di cui soffre il gioco possono concorrere a far lievitare il minutaggio dell’esperienza. È comunque d’obbligo ricordare che il gioco, almeno per ora, è disponibile soltanto in lingua inglese.
Pur con i suoi difetti, The Shapeshifting Detective ha saputo offrirmi qualche ora di svago con un genere diverso dal solito e mi ha lasciato desideroso di provare The Infectious Madness of Doctor Dekker, la precedente produzione dei D’Avekki Studios, senza dimenticare altre esperienze simili delle quali si parlava poco sopra.

Steto96

ha scritto una recensione su Watch Dogs 2

Cover Watch Dogs 2 per PS4

Nos Custodimus

Musica latino-americana che invade le cuffie, tramonto sulla baia alle spalle, guido tra i quartieri digitali della San Francisco di Watch_Dogs 2 e penso alla fiducia. Penso a come, nonostante i suoi difetti, il primo capitolo della serie abbia lasciato ricordi felici nella mia memoria. Penso a come tanti siano rimasti delusi da quel gioco al punto da non voler dare fiducia, per l’appunto, a un seguito che invece avrebbe meritato e merita ancora oggi di essere scoperto e riscoperto. Pensavo a tutto questo a novembre e ora, due mesi dopo, scrivo queste righe con in testa quei pensieri, dandomi una pacca sulla spalla per le mie doti di preveggenza.
Per restare in tema, se nella mia recensione avevo definito il primo Watch_Dogs un techno-noir, possiamo dire che il secondo capitolo si avvicina di molto alle porte del cyberpunk al punto da essere il suo uscere. Dopo gli eventi del gioco precedente, la tech company Blume ha affinato il suo ctOS in una versione 2.0 pronta a proteggere gli abitanti di tutte le più grandi città americane. Con proteggere si intende ovviamente violarne la privacy e lucrare in ogni modo possibile su ciò che il sistema può recuperare da questo stato di iper-sorveglianza. Ciascun individuo è ora meno prezioso dei dati che egli stesso può produrre e nascondersi dal sistema non è più un’opzione, ma il protagonista Marcus Holloway la pensa diversamente: il gioco si apre proprio con la sua intrusione in una server farm di Blume, con l’obiettivo di eliminare il suo profilo digitale e guadagnare un posto nel gruppo di hacker Dedsec. Marcus supera la prova a pieni voti, installando persino una backdoor nel sistema e ottenendo l’approvazione dei suoi nuovi compagni, con i quali decide di lanciare un attacco su più fronti alle aziende tech della Silicon Valley in modo da indebolire Blume e smascherarne la corruzione.
Se il primo capitolo presentava una storia dalle tinte fosche, questo seguito cambia nettamente direzione imboccando la strada della leggerezza, con una trama che punta molto sulle prodezze spesso pirotecniche della giovane squadra di hacker. Il racconto della lotta tra i Dedsec della Bay Area contro Blume e il suo spietato CEO Nemec Dusan è suddiviso in una serie di capitoli, ciascuno incentrato sugli usi e abusi di tecnologie e piattaforme non troppo lontane da quelle che già conosciamo: tra social media intenti a manipolare elezioni, sistemi di domotica invasivi, droni militari e persino satelliti orbitali, il gioco si concede qualche esagerazione e finisce per apparire più verosimile del previsto. La narrazione, in questo modo, ricorda quella di una serie TV, con tanto di trame verticali connesse a uno svolgimento orizzontale intervallato fin dalle prime battute da interessanti colpi di scena.
La scrittura del titolo regala più di un momento di freschezza nel medium: in primo luogo, è stato piacevole interpretare un personaggio di colore definito anche dalla sua identità. La memoria è subito corsa a Mafia III, che a mio parere rimane ancora oggi uno dei punti di riferimento per quanto riguarda la tematica nei videogiochi di questo calibro. Il cast dei personaggi è un buon esempio di diversità, con un gran numero di comprimari di etnie e generi diversi, il tutto senza voler essere sfacciatamente provocatorio. Ho apprezzato tutti i membri del Dedsec grazie alle numerose, naturali interazioni alle quali si assiste fin dai primi momenti di gioco: il cameratismo tra Marcus e Horatio, entrambi giovani afroamericani; le chiacchierate con l’idealista Sitara; l’evoluzione delle caotiche idee dell’altrettanto caotico Wrench; il tenero orgoglio dei vari personaggi nei confronti delle prodezze informatiche di Josh, affetto da sindrome di Asperger.
Non mancano comunque alcune criticità legate al comparto narrativo di questo capitolo, scritto da così tante mani da aver perso di coesione in più di un frangente. La sceneggiatura ogni tanto fatica a legare alcune sequenze assieme, come se alcuni intermezzi fossero stati cancellati o dimenticati in qualche modo. La potenza delle scene che introducono l’antagonista Nemec Dusan si dissolve pian piano ad ogni sua apparizione, i suoi obiettivi sfumano fino a diventare confusi e in questo modo anche il finale sbiadisce irrevocabilmente. Per quanto piacevoli, non posso negare che i protagonisti più che avere una personalità sono la personalità stessa, dato che a tutti, Marcus compreso, manca un qualsivoglia retroscena che non sia soltanto accennato da qualche audio trovato en passant, e fino alla fine ho sperato che una qualche storia secondaria potesse concedere un po’ di spazio per conoscerli meglio.
Ad un certo punto mi sono chiesto se forse, sotto sotto, rimpiangessi la trama del primo Watch_Dogs, con la quale forse sono stato troppo duro. Sicuramente questo secondo capitolo ha dalla sua un copione decisamente più divertente che mi ha indotto alla risata più e più volte, e per questo sono stato pronto a perdonare, almeno in parte, gran parte delle mancanze che ho descritto sopra.
La narrazione è l’unico lato grezzo di un diamante altrimenti finemente curato sotto tutti gli altri aspetti. Watch_Dogs 2 prende tutto ciò che di buono è stato fatto nel predecessore migliorandolo esponenzialmente. San Francisco è la città giusta per rappresentare l’anima pop, colorata e scoppiettante di un gioco altrettanto pieno di vita, di stile e di carattere. Così come la Chicago del primo capitolo, i giocatori raramente hanno potuto passeggiare per le strade digitali della soleggiata metropoli californiana, ma San Francisco è decisamente più particolareggiata e varia nelle ambientazioni rispetto alla più grigia Città del Vento. Nel giro di pochi minuti è possibile sfrecciare tra le strade del centro, allungando per le colline prima di raggiungere la Silicon Valley e Stanford, fare due salti tra le saline prima di superare il lago per una capatina a Oakland o Sausalito, a guardare le stelle che illuminano l’isola di Alcatraz incastonata nelle acque della Baia. Le strade sono popolate da NPC, come sempre profilabili tramite il nostro fido smartphone, e anche i loro cani, che invece possono, devono essere coccolati dal primo all’ultimo. La simulazione si spinge anche oltre: diverse aree del gioco accolgono diverse tipologie di NPC di etnie e ceti sociali diversi, mentre la sera le aree vicino ai locali notturni si popolano di festaioli di ogni genere, senza contare un sistema che regola i possibili conflitti tra le gang che popolano la città, scontri che possono anche culminare in sparatorie con la polizia.
La bellezza dell’ambientazione è abbastanza per invogliare a scoprirne ogni centimetro disponibile. Se ciò non fosse abbastanza, il giocatore questa volta non può contare sulle classiche torri firmate Ubisoft per avere all’istante una panoramica dei punti di interesse e delle risorse disponibili in una determinata zona, che invece compaiono sulla mappa solo quando il giocatore si troverà nelle loro vicinanze. Per accontentare i veri turisti virtuali è presente anche una attività secondaria che premia gli scatti fatti con la telecamera in-game inquadrando particolari scorci della città ricreati fedelmente nel gioco.
Le opzioni di hacking sono aumentate e permettono di interagire molto più a fondo con l’ambiente per esplorarlo tanto in orizzontale quanto in verticale e quindi scoprirne i mille segreti, tra borse di denaro, pezzi di abbigliamento e nuove skin per gadget, veicoli e armi. A questo giro gli strumenti più utili in nostro possesso saranno proprio il nostro drone telecomandato e il quadricottero, spesso e volentieri da usare in accoppiata per aprire nuove strade oltre che per infiltrarsi in territori più pericolosi. Gran parte delle missioni può essere completata senza nemmeno mettere piede dentro le zone degli obiettivi e, con i giusti potenziamenti e un pizzico d’ingegno, è possibile liberarle completamente dalla presenza nemica in pochi minuti.
L’approccio più dimesso è spesso la soluzione migliore visto come, anche a difficoltà più basse, Marcus può essere falciato in pochi secondi da un qualsiasi nemico del gioco. A questo giro ho apprezzato moltissimo la possibilità di comporre il proprio arsenale con una buona scelta di armi non letali, decisamente meno potenti rispetto alla controparte balistica e con un effetto stordente limitato nel tempo, ma pur sempre un’opzione della quale ho sentito la mancanza nello scorso capitolo.
Come anticipato poco sopra, è stata data grande attenzione alla personalizzazione del proprio personaggio. La mappa è disseminata di negozi di abbigliamento ben differenziati nello stile e nel tipo di articoli proposti. Nei rifugi è possibile cambiare al volo il proprio guardaroba e le skin per le armi e i droni, senza contare le decalcomanie per le vetture da gestirsi tramite app apposita.
Lo smartphone in-game ha ricevuto un upgrade importante diventando così lo strumento più importante in assoluto. Tramite il cellulare è possibile accedere al volo a tutte le funzionalità del titolo: oltre al già citato garage virtuale possiamo trovare un comodo lettore audio con il quale creare playlist da ascoltare tra una missione e l’altra, un menù dal quale usare punti ottenuti con l’esperienza e migliorare le nostre abilità, la mappa per orientarci nel mondo di gioco e una serie di icone utili per poter trovare le varie attività primarie e secondarie che il titolo ha da offrire. Data la gran quantità di icone che potrebbero occupare la mappa di gioco, la soluzione adottata dal titolo permette di accedere al contenuto desiderato con rapidità e precisione senza sacrificare diottrie e tempo.
Ho amato gran parte delle missioni principali legate allo svolgimento della trama. Credo che incarnino molto bene cosa vorrei dai giochi open world del genere: attività sempre diverse e che talvolta si discostano dal gameplay generico del gioco e che diano un po’ di ritmo all’avventura, creando situazioni che altrimenti, durante il free-roaming, difficilmente sarebbe possibile incontrare. Anche quando questo non accade, le missioni si premurano di offrire di volta in volta una variazione sul tema, per esempio aggiungendo nuovi elementi di disturbo durante le infiltrazioni o utilizzando ambientazioni sempre diverse. Le numerose operazioni secondarie non presentano storie al pari di quelle delle missioni principali, ma in qualche occasione hanno saputo stupirmi con delle meccaniche uniche anche riprese dal precedente capitolo.
È anche possibile guadagnare qualche extra attraverso la app di ride sharing Driver San Francisco, una gradita citazione a una delle opere dello studio di sviluppo di WD2. Fortunatamente il feeling dietro al volante è nettamente migliorato rispetto al primo titolo della serie e guidare attraverso la città ascoltando le storie dei suoi abitanti è un divertente diversivo, e non mancano gare a bordo di altri veicoli come gli e-kart o le regate in barca a vela, senza dimenticare una serie di percorsi pensati per il nostro quadricottero.
Ritorna anche la componente online che tanto avevo gradito alla sua prima iterazione. Le invasioni PvP rimangono pressoché invariate, con l’aggiunta di una variante nella quale un giocatore alle prese con la polizia potrebbe ricevere la visita di un altro giocatore in veste di Cacciatore di Taglie con l’obiettivo di eliminare il ricercato. Non manca la possibilità di sfidarsi a bordo dei mezzi elencati poco prima e una serie di partite PvP a squadre nelle quali competere per completare una serie di obiettivi. In seguito, con alcuni aggiornamenti, sono stati anche aggiunti dei raid cooperativi durante i quali i giocatori possono aiutarsi per completare delle missioni dedicate sparse per tutta la mappa.
Tecnicamente il gioco si difende molto più che bene. Pur non potendo competere con altri titoli più recenti, il gioco è molto più che gradevole all’occhio ed è accompagnato da un frame rate tutto sommato molto stabile. Le animazioni dei personaggi sono di ottima qualità, specialmente quelle dedicate al viso che spesso e volentieri fanno un’ottima figura durante le cutscenes assieme a un ottimo doppiaggio in lingua originale. La colonna sonora originale difficilmente si farà ricordare, mentre le tracce scelte per le radio del gioco sono particolarmente azzeccate.
La lista di contenuti aggiuntivi per questo gioco è immensa: per la maggior parte si tratta di oggetti estetici assolutamente evitabili, ma non mancano una serie di nuove missioni secondarie, forse un pochino sottotono rispetto a quelle già viste nel gioco base, ma non per questo meno divertenti. Tra yacht di lusso, set di film porno e momenti di pura follia, queste espansioni offrono più Watch_Dogs 2 a chi lo desidera, ma non rappresentano nulla di più di un semplice more of the same.
Dopo Watch_Dogs 2 sono quasi preoccupato da quello che potrei trovare nel terzo capitolo della serie. WD2 è un gioco così pieno di carattere, colore e personalità e credo che difficilmente Legion, da quello che ho potuto vedere e dalla natura stessa del titolo, possa misurarsi con il titolo precedente. In ogni caso posso sempre tornare nella mia San Francisco e guidare lungo il Golden Gate Bridge, con la radio al massimo e il tramonto che colora la Baia alle mie spalle.

Steto96

ha scritto una recensione su Blacksad: Under the Skin

Cover Blacksad: Under the Skin per PS4

Chat Noir

Quando funziona, Blacksad sa essere un gioco estremamente affascinante. Sfortunatamente, Blacksad raramente, se non addirittura mai, funziona anche solo il minimo indispensabile per evitare che ciò che di buono è stato fatto venga oscurato da tutti i problemi che si possono presentare anche durante una breve sessione di gioco.
È quasi doloroso parlare del gioco considerato quanto io ami il fumetto dal quale il titolo è tratto e io stesso devo impormi di non partire per una lunghissima tangente, tangente che mi porterebbe a scrivere a lungo dello sforzo del duo Canales-Guarnido e dell’incredibile bellezza del Blacksad “letterario”, anche solo per consigliare a chiunque sia interessato al gioco di passare dalle splendide tavole del capolavoro noir prima di dirigersi verso la controparte digitale. C’è da dire che quest’ultima è godibile anche da chiunque non conosca il detective Blacksad già dalle sue imprese su carta, ma sarebbe un peccato sia privarsi della lettura di un fumetto al di là della perfezione, sia perdersi la numerosa mole di rimandi e citazioni alle passate avventure del protagonista felino.
Questa volta l’investigatore John Blacksad è chiamato a risolvere il mistero dietro la morte di Joe Dunn, proprietario di una palestra di pugilato, e della scomparsa del suo atleta più promettente, Bobby Yale, proprio alle porte dell’incontro più importante della sua carriera. Ben presto Blacksad si troverà ad affrontare una lunga serie di personaggi che nell’ombra della New York degli anni ’50 tramano per estendere il proprio potere sulla Grande Mela.
Nel complesso, la nuova avventura di Blacksad riesce a tenere il passo con le storie dei volumi originali, ma non mancano le critiche. La premessa iniziale può sembrare alquanto semplicistica, ma superata una lenta introduzione al caso si possono intravvedere le fitte trame che si nascondono dietro questa facciata. Il ritmo disomogeneo è chiaramente frutto di una necessità: quella di allungare il brodo di un’avventura che già di per sé si aggira attorno alla decina di ore e che i più viziati dall’ipertrofia del mercato contemporaneo potrebbero trovare insufficiente, quando in realtà qualche taglio in più avrebbe giovato molto.
Dal fumetto, Blacksad eredita la superba caratterizzazione di molti dei comprimari già incontrati nell’opera originale, a partire dal pragmatico Smirnov fino allo scaltro Weekly, non senza dimostrare di aver ricevuto una buona lezione di caratterizzazione con alcuni dei personaggi originali creati appositamente per il titolo, in primis Sophia Dunn, la datrice di lavoro del nostro protagonista che poco ha da invidiare alle altre donne dell’investigatore del titolo. Sono rimasto stupito dalla capacità del titolo di attenersi alla nature e allo spirito dell’investigatore protagonista in un gioco nel quale è più volte richiesto di fare scelte difficili, riuscendo comunque a mantenere un certo grado di libertà tra le possibili opzioni di dialogo. Non sono mancati alcuni momenti in cui ho trovato la narrazione del titolo un po’ traballante, con alcuni passaggi tra scene a volte affrettati e poco chiari, inoltre sono rimasto deluso dalla poca varietà nei finali disponibili: le sei conclusioni disponibili sono più che altro una rapida carrellata di scene che riassumono i risultati di una manciata tra le scelte prese durante il corso dell’avventura. La rigiocabilità è comunque assicurata da un nutrito insieme di figurine collezionabili sparse per le varie ambientazioni e la possibilità di cambiare il corso di alcuni eventi e sottotrame presenti nel gioco.
Il titolo mescola la formula dei giochi di casa TellTale con alcune delle meccaniche investigative già viste nei Sherlock Holmes di Frogwares. Ci si muove quindi in una serie di ambienti cercando indizi utili al caso e attraverso i dialoghi sarà possibile cominciare a unire i puntini formulando nuove ipotesi sul caso. Più di una volta si è chiamati a fare una scelta le cui conseguenze potrebbero ostacolare le indagini del protagonista oppure il modo in cui si relaziona con i personaggi che lo circondano, e non manca nemmeno una buona dose di azione e QTE.
Qui si comincia a toccare una serie di tasti dolenti. In primo luogo, manovrare il nostro protagonista felino è una tortura bella e buona, tra un’esasperata lentezza nella camminata, problemi di collisioni tra il modello del detective e quelli dell’ambiente e la difficoltà nel selezionare l’elemento con il quale interagire di volta in volta. Formulare deduzioni in più di un’istanza è questione di forza bruta dato che spesso gli indizi non sono proprio chiari nella loro descrizione, così come in alcuni momenti non trovare con prontezza la soluzione ad alcuni problemi risulta in un trial and error abbastanza noioso.
I problemi più grandi del gioco derivano però dalla scarsa cura nell’impianto tecnico del titolo. Il gioco di per sé è piagato da caricamenti lentissimi, glitch grafici e sonori continui, texture in ritardo e cali di frame rate costanti, e non mancano anche schermate nere che richiedono il riavvio del titolo e crash molto più che frequenti.
Questi continui ostacoli al gioco gambizzano l’intera esperienza di gioco: l’azione poco fluida rovina le scene d’azione, i ritardi nei caricamenti colpiscono la resa di numerose scene e tutto quanto concorre a sporcare quella che altrimenti sarebbe una buona grafica di gioco e un ottimo impianto sonoro, tra una colonna sonora decisamente ispirata e in tema e un doppiaggio in lingua inglese davvero azzeccato e di buona qualità.
Con un po’ di cura probabilmente Blacksad avrebbe potuto dimostrarsi all’altezza dei meravigliosi volumi dai quali è derivato, e se l’esperienza può essere consigliata ai fan dell’opera originale, seppur con qualche avvertimento, lo stesso non si può dire a qualcuno di estraneo al mondo dell’investigatore felino. Certamente un amante delle avventure investigative di questo genere potrebbe apprezzare, anche in questo caso con la consapevolezza di alcuni dei limiti del gioco, per tutti gli altri non si può che rinnovare l’invito a recuperare una delle serie più interessanti del panorama fumettistico internazionale.

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