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Statik – Recensione

Non vi è ormai alcun dubbio che tutta la meccanica che risiede dietro allo sviluppo e alla realizzazione dei titoli videoludici appartenga al grande macrosistema della produzione artistica e, come avviene costantemente per tutti coloro che desiderano ricercare l'ispirazione, bisogna sottostare spesso alle regole del fato e della casualità. In rari casi gli artisti affrontano con gioia dei periodi di creatività assoluta, attimi di tempo in cui ogni loro pensiero sembra essere una matrice di generazione, una macchina di creazione perfettamente funzionante. Questo sembra essere il caso di Tarsier Studios, team di sviluppo indie, che, in breve tempo, è riuscito a produrre due titoli davvero degni di considerazione: Little Nightmares e Statik. Del primo vi abbiamo già ampiamente parlato nella nostra precedente recensione, ora quindi è il turno di Statik, un puzzle game in realtà virtuale, realizzato in esclusiva per il PlayStation VR, che getta letteralmente il giocatore in un'esperienza dura, diretta e senza sconti. Un'inquietante scatola enigma che imprigiona le vostre mani e l'insistente voce del Prof. Ingen saranno le uniche cose che vi ritroverete davanti all'inizio della particolare avventura che state per affrontare, nessun tutorial e solamente la vostra mente potrà tirarvi fuori dai guai.



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LA MACCHINA ENIGMA



Statik, seguendo una storyline piuttosto semplice, per quanto accattivante, propone una serie di enigmi nella forma di alcune scatole di metallo, ogni volta diverse, e sarà solo dopo che avrete risolto il problema che verrete comodamente messi a dormire, pronti per un'altro giro di giostra all'interno dell'Institute of Retention. Il gioco non spiega nulla all'utente, iniziando in questa maniera il suo progressivo condizionamento e riuscendo ad intrigarlo fin dalle fasi iniziali di gioco. Le soluzioni agli enigmi non sono mai banali o illogiche ma presentano costantemente un livello di sfida crescente che vi terrà incollati alla sedia. Non è un gioco per tutti, o per chi ha poco tempo da perdere, anzi mira espressamente agli appassionati dei puzzle game, fornendo qualcosa di unico nel suo genere. La realtà virtuale riesce ad integrarsi nelle meccaniche di gioco fluidamente, diventando parte integrante del sistema e lasciando le mani del paziente libere di interagire con il controller. Infatti, dopo aver trascorso diversi minuti per capire cosa muove ogni singolo tasto del pad, vi ritroverete ad alzare la testa per scoprire che la soluzione è letteralmente attorno a voi. Trattandosi di un titolo che non prevede alcun tipo di traslazione o spostamento, la motion sickness è quasi completamente assente. Potrete quindi dedicare al titolo tutto il tempo e l'attenzione di cui necessita per essere completato.



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LA TAZZA DI CAFFÈ DEL PROF. INGEN



L'interfaccia di gioco, essenziale al limite dello scarno, e l'impostazione grafica rispondono adeguatamente alle esigenze del genere e a quelle della realtà virtuale, mostrando un sapiente utilizzo dell'Unreal Engine 4. Nonostante la sua semplicità, la resa è sicuramente soddisfacente e si fa apprezzare positivamente per la fluidità delle animazioni dei piccoli meccanismi che compongono ogni scatola. Tuttavia, il vero punto di forza del gioco è l'audio, o forse sarebbe meglio dire la sua quasi completa assenza. Una musica d'ambiente avrebbe probabilmente rilassato troppo il giocatore, quando lo scopo del titolo è quello di tenere la sua attenzione e di farlo galleggiare tra la concentrazione e l'inquietudine. Il Prof. Ingen, l'enigmatica figura dal volto oscurato che vi analizzerà nel corso di tutta l'avventura, tenta in ogni modo, proprio anche con gli effetti audio, di distrarvi, bevendo rumorosamente la sua odiosa tazza di caffè, oppure facendo scattare in continuazione il meccanismo della sua penna. I suoni, infine, diventano anch'essi un mezzo per scovare indizi e per capire il funzionamento del macchinario di turno. L'unico difetto che potrebbe farvi desistere dall'acquisto di Statik qualora foste appassionati del genere, è la sua localizzazione. Infatti, il titolo di Tarsier Studios è interamente in lingua inglese, sottotitoli compresi, e, come potrete immaginare, alcuni degli enigmi più complessi richiederanno una buona comprensione della lingua. Come ultima nota di demerito, decisamente marginale, troviamo un'esperienza di gioco che supera difficilmente le sei ore.



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Statik: Institute of Retention è un gioco vecchio stile, affilato e senza troppi decori, che mira al cuore degli appassionati di enigmi e di logica pura e semplice. L'impatto visivo risulta lineare e non distrae il giocatore dal centro focale del gameplay, ovvero liberarsi le mani dall'infernale macchinario che le imprigiona. La realtà virtuale riesce a diventare una parte integrante delle meccaniche di gioco, distraendo il giocatore, evidenziando i più piccoli dettagli e, più in generale, favorendo l'immersione all'interno dell'ambientazione del folle centro di analisi. Come l'utente non dovrà lasciare nulla al caso, anche Tarsier Studios non lo ha fatto sfornando un'esperienza breve ma intensa che brilla nel panorama dei puzzle game e dello sviluppo indipendente.



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13 maggio 2017 alle 16:00