L'unico e insuperabile Ivan - recensione
Uno sta tutta la vita dentro una gabbia, abbastanza confortevole, e si adatta, non soffre poi tanto, crede che quello sia il suo stato naturale. E di conseguenza si comporta tutta la vita nel modo che gli viene richiesto, assecondando le aspettative degli altri. E anche qui pensa sia l'unico modo possibile.
Vale per gli umani, vale per il gorilla Ivan, che era un cucciolino quando è stato strappato alla sua famiglia, al suo habitat. Ma è successo tanto tempo fa che nemmeno più ci pensa, anche perché in fondo è finito bene, in mano a un umano-brava persona. Che è Mack, uno che è invecchiato inseguendo i suoi sogni fantasiosi. E così è riuscito a mettere su un piccolo circo da camera, che lavora all'interno di un centro commerciale (siamo all'incirca negli anni '70).
Uno spettacolino da niente, un coniglio seduto su un carro dei pompieri, un pappagallo che ripete frasi, una gallina piumata (forse una padovana), che ha imparato un piccolo numero, un barboncino cui non si chiede altro se non di essere fluffoso, una foca col suo solito pallone. Ha però due pezzi forti, una vecchia e pacata elefantessa, Stella, e Ivan, che ha cresciuto quasi come un figlio, mettendolo in una grande gabbia solo quando proprio non ha potuto più tenerlo a casa con sé. Nel momento del suo ingresso in scena, Ivan scrupolosamente fa il gorilla nel modo più tradizionale, feroce come tutti si aspettano che sia, ruggendo e battendosi i pugni sul petto, per spaventare i deliziati spettatori.
