“In questa contraddizione irresolubile, l’arte moderna ha trovato insieme il suo punto di forza e il suo principio di dissoluzione. Non stupisce che abbia sempre tenuto al centro del suo operare il principio dello choc, con cui poteva articolare creativamente paura e desiderio, speranza e nostalgia, meraviglia e angoscia del nuovo. Ma per poter funzionare, lo choc ha bisogno di campirsi sullo sfondo di un passato, di una consuetudine invalsa, di una aspettativa da frustrare, di una memoria individuale e collettiva da disorientare: <<Paris change!>> lamentava Baudelaire in Le Cygne. Un problema che il postmodernismo, con il suo eterno presente e con la sua temporalità da perpetuo anno zero non si pone nemmeno. Il che manda definitivamente in soffitta i compiti che l’arte moderna nella sua esasperata, e spesso esasperante, riflessività si era assegnata. Per esempio il rinnovamento della percezione cari ai formalisti russi, la liberazione del mondo sensibile dal giogo mortificante dell’abitudine e dall’involucro dei cliché, luoghi comuni, dizioni inerti, automatismi, stereotipi, bêtises flaubertiane che lo affliggono. Perché mai dovremmo desiderare qualcosa di simile per la sterminata distesa di merci e simulacri in cui viviamo immersi? Non nascono di già di per sé strutturalmente programmati per essere nuovi, e in quanto tali consumabili, deperibili, sostituibili? Non abbiamo bisogno di vederli come nuovi, dal momento che lo sono già praticamente ex officio e logicamente ab aeterno, e lo saranno fino a quando durerà il loro quarto d’ora di celebrità. Poi diverranno vecchi, e non avremo alcun motivo per rimpiangerlo o per volerli rivitalizzare, presi come saremo a metabolizzarne altri ancora più nuovi. La novità non è una prerogativa, un’iniziativa de soggetto ma la spinta archidemica del sistema, e il capitalismo non ha bisogno di nessuno che lo stimoli in tal senso”.
Daniele Giglioli, Introduzione, in F. Jameson, Postmodernismo: la logica culturale del tardo-capitalismo



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Quando vi esaltate per l’ennesimo gioco sulla cresta dell’onda